Leggera e profonda l’interpretazione che il grande regista russo ha dato dei due capolavori cecoviani , riconciliando pubblico e critica con un autore straordinario per la sua originale e precisa conoscenza dell’uomo e del suo sentire.

Andrei+Konchalovsky+“Quando mi chiedono perché proprio “Zio Vania” o in che cosa consista l’attualità di Čechov, penso con tristezza che non lontano è il tempo in cui i giornalisti chiederanno a Riccardo Muti in che cosa consista l’attualità di Mozart o perché, Gherghiev esegua proprio la Nona Sinfonia di Shostakovich. Cechov è una Sinfonia. La sinfonia di vita. Di una vita che non è piena di avvenimenti tragici, opere grandiose o moti dell’animo, di una vita in cui gli Eroi non ci sono, ma di una vita semplice, « grigia, filistea… »” Questa è solo una delle tante dichiarazioni che, nel corso degli anni, il regista russo Andrei Konchalovsky ha rilasciato riguardo alla sua costante realizzazione di allestimenti di opere del grande autore russo. È una dichiarazione semplice e calzante, così come la drammaturgia alla quale si riferisce: mettere in scena Cechov, oggi forse ancora più di ieri, è mettere in scena l’uomo, con il suo vivere banale, la comicità involontaria dei suoi drammi, le sue contraddizioni repentine, i suoi umori, e ben lo sapeva lo stesso Anton Pavlovic, che mal sopportava i realistici risvolti tragici ed introspettivi del regista che, comunque, ne decretò la fama, quel Konstantin Stanislavkji che fece del suo repertorio la pietra miliare delle sue teorie di immedesimazione, e del suo Teatro dell’Arte. Quest’equivoco, negli anni, che poi son diventati decenni superando il secolo, si è reiterato costantemente, a volte con creativa e valida soggettività registica, troppo spesso con la gratuità dell’intellettualistico e bolso esercizio di stile, in special modo in Italia, dove molto spesso chi non ha nulla da dire lo dice con massimi compiacimento e  seriosità.

Si resta, quindi particolarmente e favorevolmente colpiti dalla leggera e profonda interpretazione che Konchalovsky ha dato di due dei cinque capolavori cecoviani , “Zio Vanja” e “Tre sorelle”, riconciliando pubblico e critica con un autore straordinario per la sua originale e precisa conoscenza dell’uomo e del suo sentire.

zio-vanja-konchalovskyParticolarmente felice la lettura di Konchalovsky per quel che riguarda “Zio Vanja”: ritmi serrati, pause piene di intensioni, un uso del corpo e dello spazio impeccabile e, ripetiamo, una travolgente ironia, un continuo entrare ed uscire dal dramma a favore della commedia, un impeccabile studio sui personaggi, che restano sempre vivi in scena, sempre coerenti nella loro incoerenza personale. Scene e costumi, inoltre, sono importanti quanto intelligentemente al servizio della recitazione, e la grandezza della regia resta senza alcun dubbio questa (e ciò vale naturalmente anche per “Tre sorelle”): mai, in nessun momento, si ha l’impressione di vedere uno spettacolo di regia, l’intelligenza di Konchalovsky supera di gran lunga la vistosa ricerca dell’effetto, e si pone a disposizione di una intelligibilità del testo, mai banale, a volte addirittura spiazzante, come la scelta di non far baciare mai Elena e Astrov, o l’urlo di dolore di Sonja nel monologo finale, evitando qualsiasi concessione al consueto pietismo in cui annega di solito questo personaggio.

tre-sorelleCiò, come dicevamo, vale anche per “Tre sorelle”, anzi il microcosmo da cui è abitato questo dramma risulta ancora più umano e pullulante di leggerezza, il che sottolinea in maniera ancora più drammatica lo stato dei personaggi, i loro dolori, il quotidiano male di vivere, che nello scorrere degli anni, porta i personaggi a vivere una vita senza assaporarne i giorni, proiettandosi in un futuro che diventa passato loro malgrado, e ciò in scena avviene senza dare tregua ai loro pensieri, conducendoli in un vortice di inutili accadimenti che li distrae dal loro sentire, tutti con la stessa grottesca amarezza che culmina in un finale aperto, oltre il quale probabilmente la storia delle tre donne potrebbe continuare all’infinito senza che i loro semplici sogni si avverino, come avviene per gran parte di noi.

Une lectio magistralis di teatro, quella alla quale il pubblico del Napoli Teatro Festival ha avuto l’onore di assistere, e, senza dubbio alcuno, un’occasione, per egisti ed attori,  per rivedere un certo modo di rappresentare Cechov qui in Italia (e questo discorso vale anche per molti altri autori) che, in nome di un’esigenza intellettuale, risulta troppo spesso inutilmente vetero-sperimentale.

Gianmarco Cesario

 

ZIO VANJA di ANTON CECHOV
REGIA ANDREI KONCHALOVSKY
CON VLADAS BAGDONAS, NATALIA VDOVINA, YULIA VYSOTSKAYA, IRINA KARTASHEVA, PAVEL DEREVYANKO, ALEXANDER DOMOGAROV, ALEXANDER BOBROVSKY, LARISA KUZNETSOVA, RAMUNE CHODORKAITE
SCENOGRAFIA ANDREI KONCHALOVSKY
COSTUMI RUSTAM KHAMDAMOV
MUSICHE EDUARD ARTEMIEV
DISEGNO LUCI ANDREI IZOTOV
PROGETTO SCENOGRAFICO LUBOV SKORINA
PRODUZIONE TEATRO ACCADEMICO STATALE MOSSOVET

TRE SORELLE di ANTON CECHOV
REGIA ANDREI KONCHALOVSKY
CON ALEXEY GRISHIN, NATALIA VDOVINA, LARISA KUZNETSOVA, YULIA VYSOTSKAYA, GALINA BOB, ALEXANDER BOBROVSKY, ALEXANDER DOMOGAROV, PAVEL DEREVYANKO, VITALY KISHCHENKO, VLADAS BAGDONAS, VLADISLAV BOKOVIN, EVGENY RATKOV, VLADIMIR GORYUSHIN, IRINA KARTASHEVA, RAMUNE CHODORKAITE, ELENA LOBANOVA, ALEXANDER PAVLOV
SCENOGRAFIA ANDREI KONCHALOVSKY
COSTUMI RUSTAM KHAMDAMOV
MUSICHE ALEXANDER SKRJABIN, SERGEY RACHMANINOV, FRANZ SCHUBERT, EDWARD ARTEMIEV
DISEGNO LUCI ANDREI IZOTOV
PROGETTO SCENOGRAFICO LUBOV SKORINA
PRODUZIONE TEATRO ACCADEMICO STATALE MOSSOVET