Si esibiranno domenica primo novembre al Palapartenope i canadesi The Musical Box, nell’ambito del tour italiano che toccherà, oltre a Napoli, le città di Padova, Firenze, Roma e Milano. Per chi non li conoscesse, siamo di fronte alla più celebrata cover band dei Genesis, leggendario gruppo progressive degli anni ’70, da una delle cui canzoni (The Musical Box, appunto, magnifica suite di apertura di Nursery Crime) prendono il nome. Impegnati a riproporre le canzoni di Gabriel e soci sin dal ’93, The Musical Box sono attualmente imbarcati in un tour che celebra il quarantesimo anniversario di quello che per molti rimane il picco artistico dei Genesis, quel Selling England by the pound che nel 1974 ne consacrò la fama in ambito internazionale e italiano (nel nostro paese scalò le classifiche di vendita replicando il successo del precedente capolavoro Foxtrot). La band inglese si esibì in quattro città italiane nel febbraio di quello stesso anno, tra cui un memorabile, doppio concerto (era spesso così in quegli anni, un concerto pomeridiano, uno serale: meglio non pensarci troppo onde evitare paragoni col presente) al Palasport di Fuorigrotta.

C’è da chiedersi innanzitutto se valga davvero la pena, in un panorama musicale non privo di novità, seguire le gesta di una tribute band, peraltro di un gruppo da tempo scomparso (considerando anche i prezzi proposti, non proprio “popolari”). Ebbene, la proverbiale insofferenza nutrita da molti (e siamo tra questi) verso tutto ciò che replichi un atto creativo altrui incontra qui almeno due limiti. Il primo è di carattere storico: I Genesis, quelli veri, non esistono più da circa trent’anni, dopo che i colpi al cuore inferti dagli addii di Gabriel (’75) e Hackett (’77) avevano lasciato in vita un gigante artisticamente e strutturalmente sfigurato, sebbene ancora ingloriosamente in vita sino al ’97. Della formazione storica l’unico attuale “custode” dei Genesis che furono è il chitarrista Steve Hackett, che ne ripropone ancora oggi dal vivo i successi assieme ai suoi lavori come solista.

Il secondo concerne la qualità dell’offerta. Perché The Musical Box sono bravi per davvero, e si tratta di un giudizio espresso non solo da inveterati fans alla disperata ricerca di un brandello di passato. Sono infatti i protagonisti stessi di quegli irripetibili anni a tesserne le lodi; si va dal plauso dello stesso Gabriel («li ho visti a Bristol assieme ai miei figli, i quali si sono resi conto di ciò che aveva fatto loro padre tempo addietro») e di Hackett («Non solo nel suono ma anche nel look sono virtualmente identici»), sino ad un quasi apologetico «sono stati capaci di suonare quella roba meglio di quanto noi abbiamo mai fatto» pronunciato da Phil Collins al termine di un loro concerto a Ginevra nel 2005.

Oltre ad una indiscutibile capacità tecnica, il gruppo canadese si caratterizza per la capacità di offrire una performance esteticamente ineccepibile, riproducendo fedelmente le qualità sceniche dei Genesis in ogni dettaglio, a partire dalla strumentazione fino ai costumi (indimenticabili quelli di Peter Gabriel, autore in quegli anni di sorprendenti performance live a metà tra canto e recitazione) alle luci di scena, ai fondali ecc. Ciò è a sua volta frutto di un’accurata ricostruzione filologica, raggiunta studiando il materiale video e fotografico dell’epoca, i disegni degli scenografi, persino gli schizzi che lo stesso Gabriel disegnava tra un concerto e l’altro.

The Musical Box come mera tribute band allora, o interpreti di un passato che, nella sua irripetibilità, non va assolutamente perso? Colpisce forse nel segno l’osservazione fatta qualche anno fa da Massimo Fargnoli, direttore artistico dell’Accademia Musicale Napoletana, secondo il quale i Genesis sono la band che più di tutte merita di essere classicizzata. Probabilmente nessuna rock band più dei Genesis merita infatti l’appellativo di “classico”, per impostazione strumentale, elaborazione formale (la struttura classica della suite, terreno prediletto del progressive, è il luogo sonoro dei loro maggiori successi) e per le trame liriche tessute da Gabriel, mirabilmente sospese tra sehnsucht romantica ed eclettismo vittoriano. Né manca il necessario processo di sedimentazione che, a distanza di quarant’anni, avvolge la loro opera. Se questi sono gli elementi che permettono di discutere di classicità di un’opera, ebbene quella dei Genesis merita di essere riproposta nel tempo, alla stregua di quelle dei grandi compositori del passato, reinterpretati oggigiorno dai direttori d’orchestra contemporanei.

Ad oggi, The Musical Box sono, ovviamente con Steve Hackett, il modo migliore per ritornare, anche visivamente, a quegli irripetibili anni. Sulla vexata quaestio relativa alla scelta tra una cover band filologicamente ineccepibile, ed un membro originale che ripropone i grandi pezzi di cui fu coautore, lasciamo a voi la scelta: chiunque abbia visto dal vivo il chitarrista storico della band inglese sa che non può essere discusso, per la personalità e la cura con cui ripresenta canzoni ormai patrimonio della storia del rock. Se invece avete voglia di gustarvi sin nei minimi particolari la sorprendente (almeno a quei tempi), cinematica magniloquenza di quelle apparizioni, ebbene, The Musical Box fanno al caso vostro.

Senza contare che, ça va sans dire, non è affatto detto che dobbiate scegliere.

Giuseppe Ambrosio