E’ pronto a debuttare con “Nel ventre”, ultima scommessa teatrale di Antonio Mocciola, che con la regia di Marco Medelin affronta il tema dello schiavismo degli zolfatari siciliani nel primo ‘900: Salvo Lupo, palermitano, racconta sensazioni e umori a poche ore dalla “prima”.

“Nel ventre” ti vede protagonista assoluto per quattro date al TeatroSophia di Roma, piccola bomboniera alle spalle di piazza Navona. Qual è l’emozione che vivi per questo debutto?
Come emozione provo una bella commistione tra adrenalina e un pizzico di ansia. Adrenalina perchè come esordiante recitare qui presenta una grande opportunità dove gioco una bella partita con me stesso. Ansia perchè come ogni volta che vado in scena cerco sempre di non darmi per scontato e questo mi porta a mettermi sempre in discussione, accettando le conseguenze del caso.

Il protagonista è un minatore, siciliano come te. Una professione che nel tempo é molto cambiata. Dalle paghe mortificanti di allora, dove effettivamente si scavava nudi per il troppo calore, si è passati alla tecnologia, che però ha portato anche tanti licenziamenti. Secondo te che attualità ha uno spettacolo apparentemente anacronistico?

Uno dei motivi per cui ho accettato subito questo ruolo era proprio la sua spaventosa attualità nella tematica di fondo, la condizione del personaggio, seppur non viviamo più quella realtà, resta identica o quasi a quella che i miei coetanei vivono giorno per giorno. Oggi noi ragazzi come Sebastiano siamo costretti a dover accettare dei lavori che spesso si rivelano essere alienanti, poco gratificanti, sottopagati e altamente insicuri. Basti pensare ai Riders come il caso di Sebastian Galassi, il ragazzo di ventisei anni morto investito e successivamente licenziato da Glovo perchè essendo morto non è riuscito a terminare la consegna.
Un altro motivo che mi ha spinto a prendere parte a questo spettacolo è stata la triste analogia tra questo racconto e altri eventi tragici che hanno colpito la Sicilia, primo tra tutti, il caso dei morti a Gela, dove negli anni a causa della centrale petrolifera, il comune ha registrato un numero inverosimile di morti dovute a malattia per inquinamento.

Antonio Mocciola ha scritto per i più grandi nomi dello spettacolo, a partire da Piera Degli Esposti, e firmando anche lavori discografici e cinematografici di Franco Battiato e Giuni Russo, anche loro siciliani. Eppure ogni tanto scommette su giovani promesse, come te. Com’è stato il vostro incontro?

Il nostro incontro è stato praticamente un colpo di fortuna, andai a vedere un mio amico e collega (David Marzi) che si esibiva in uno spettacolo di Antonio, ci presentammo e da li nacque questa bella collaborazione. Dobbiamo considerare anche che Antonio oltre ad essere un grande scrittore è pure un uomo che vive il teatro a 360°, questo fa di lui una sorta di talent sout, e se ha visto in me un qualcuno che ha la possibilità di restituire qualcosa a i suoi testi, poco importa se sei un esordiente oppure un grande nome.

Per questo testo l’autore ha voluto che tu recitassi completamente nudo, dall’inizio alla fine dello spettacolo. Una condizione difficile per un esordio, ma forse proprio per questa formativa e fortificante. Essere da solo sul palco, sempre del tutto nudo, di fronte a decine e decine di persone comodamente sedute e tutte concentrate su di te, può essere difficilissimo ma anche esaltante. Come ti approcci a questa esperienza?

L’idea di stare nudo in scena non mi turba assolutamente, questo perchè esso è perfettamente contestualizzato nella narrazione del testo, portandomi a trattare il mio corpo nudo come se fosse un costume di scena e lo tratto quindi come tale.

Quali progetti hai per il tuo futuro?
Continuerò questa splendida collaborazione con Antonio,  oltre a “Nel Ventre” che continueremo a portare in altre città d’Italia, sarò tra i protagonisti dell’opera Gloeden’s darkroom per la regia di Mauro Toscanelli e sempre di Antonio come testo, sperando di riuscire sempre a dare il massimo.

Emil Caruso