Si entra in sala e un ragazzo minuto, in posizione fetale e completamente nudo, è pronto a raccontare la storia di Sebastiano, uno zolfataro chiamato a una missione del tutto privata: trovare la madre risucchiata anni prima nel centro della terra dallo sconvolgente terremoto di Messina. Siamo nel 1909, le miniere assumono personale dando illusioni lavorative a chi ha perso tutto, salvo poi spremerli e sostituirli immediatamente con le prossime vittime.

E il ventre del titolo diventa di volta in volta pozzo artesiano, liquido amniotico, pancia materna, fiore della rinascita, tomba.

Salvo Lupo, siciliano come il protagonista, offre il suo corpo tutto nudo con disinvoltura, senza mai vestirlo per tutta la durata dello spettacolo, ma facendolo – paradossalmente – dimenticare, secondo una precisa – e riconoscibile – scelta autoriale, che fa riconoscere, e risplendere, la “griffe” di Antonio Mocciola.

Con una invidiabile coerenza artistica, che negli anni é diventata stile, l’autore racconta anche stavolta un fenomeno pubblico come lo schiavismo minorile come se fosse un dramma privato, quasi sbirciandolo dal buco della serratura. Il particolare quindi diventa generale, e viceversa. Con questa illusione ottica il mondo lacerato di uno zolfataro diventa affresco di un’epoca in cui i diritti umani erano semplicemente inesistenti (così come la coscienza ecologica, ad esempio), e l’adescamento di ignari “carusi” è il medesimo che subiva la Sicilia in balia di un’economia di stato che ignorava (volutamente) le peculiarità dell’isola, e del Meridione in generale.

Con una regia rarefatta e poco invasiva, curata con perizia da Marco Medelin, Salvo Lupo disegna traiettorie ora impazzite, ora meditative, ora quasi congelate. Da bambino ad adulto, da vittima a carnefice, il corpo completamente nudo dell’attore è uno schiaffo e una carezza, ed è saggia – a nostro avviso – la scelta di non dargli mai tregua, né tantomeno uno straccetto addosso, obbligando l’attore ad indossare sempre e soltanto l’umore del momento, non necessariamente drammatico.

Quarantacinque minuti che scorrono via come un lampo, eppure si sedimentano per giorni nella mente – e nel ventre, per citare il titolo – dello spettatore che ha assistito alla prima assoluta di “Nel ventre”, nel delizioso Teatrosophia di Roma.

E’ così che uno spettacolo quasi “da camera”, apparentemente scarno, si candida a diventare già un piccolo cult, come il drammaturgo partenopeo ci ha già abituato in passato (pensiamo a “Cartoline da casa mia”, ma anche a certi progetti fotografici ed editoriali come “Addosso”, “Le vittime di Dio” e al cinema con “La controra” e “Ubbidire”, tutti parenti di questo nuovo lavoro), e siamo certi di indicare in Salvo Lupo una preziosa risorsa su cui é lecito scommettere.

Le chiavi di lettura sono tante: freudiana (basti pensare al momento onirico che precede il finale), sociologica (la condizione dei lavoratori dell’epoca, ancora attuale nel terzo mondo – e non solo), intima (un uomo alla ricerca di sé stesso), familiare (il rapporto viscerale eppur discreto con la madre) e, perché no, storico (come non pensare ai ritardi della ricostruzione post-terremoto? In Sicilia come a L’Aquila o in Irpinia).

Uno spettacolo antico e moderno, affascinante e complesso, volutamente aperto nell’esito e nei significati (tutti e nessuno, non importa). In questo suo non rivelare, molto siciliano a ben pensarci, è il suo segreto. Suadente mistero che accenna e non spiega, lasciandoci in preda ai nostri eterni dubbi privati, più dolorosi di qualsiasi superficiale indignazione per una storia – alla fine – di abusi.

Stai a vedere che, invece dell’attore, a esser nudi, in sala, eravamo noi. E’ forse questo il tranello beffardo che ci ha teso l’autore.

Alessandro Grimaldi