Comme-un-jeu-denfant“Come un gioco da bambini”: è questo il titolo scelto per descrivere la mostra dedicata a Daniel Buren, tra i maggiori rappresentanti dell’institutional critique, movimento artistico nato negli anni ’60, inaugurata venerdì 24 aprile 2015, al Museo Madre di Napoli, che resterà aperta al pubblico fino al 31 agosto del corrente anno. Nata dalla collaborazione con l’architetto Patrick Bouchain e dal sostegno offerto dal Musée d’Art Moderne et Contemporain di Strasburgo, la kermesse curata da Andrea Viliani e Eugenio Viola, è una grande installazione-parco giochi, costituita da numerose costruzioni a grandezza naturale, che hanno convertito l’ampio piano terra del museo in uno spazio artistico vivibile. Un ingegnoso e perfetto connubio, che sancisce l’affinità tra arte ed architettura, la cui peculiarità consiste nel dare la possibilità ai visitatori di passeggiare nel suo interno, oltrepassando archi colorati, torri cilindriche, piattaforme quadrate, timpani triangolari, che dal colore bianco si evolvono progressivamente in nuance sempre più vive, distribuite armoniosamente a dimostrazione che la città non è altro che un infinito limitato, tanto fedele alla realtà, quanto irreale. Tale opera, è la prima di una sequenza di progetti che dovranno celebrare i dieci anni di attività del museo, affidati all’artista francese, vincitore del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia, nel 1986, le cui creazioni sono riconoscibili soprattutto per le smisurate dimensioni. Buren, legato da un amore viscerale per Napoli, nella quale è orgogliosamente operativo da ben 45 anni, con il suo intervento ha trasformato la città partenopea in capitale dell’arte contemporanea, grazie alla sua visione dell’arte che paragona alla genuinità e all’immediatezza con la quale i bambini creano i loro disegni, apparentemente incomprensibili e banali, ma che in fondo custodiscono una realtà decisamente articolata. L’adoperare frequentemente forme geometriche come prototipi di dimensioni immaginarie, è il punto strategico sul quale si basa il suo stile, forgiatosi sulla continua osservazione dell’armonia tra opera e il contesto in cui viene installata, indipendentemente che si tratti di un museo o di un qualsiasi altro tipo di spazio.

 Di Fabiana Laganà