Originale e simpaticamente coinvolgente l’idea drammaturgica che sta alla base di Dalla parte di Zeno, nuovo lavoro teatrale firmato da Valeria Parrella e diretto con precisione da Andrea Renzi.

Gli spettatori, infatti, sono invitati a prender posto nella testa di Zeno, personaggio vagamente ispirato all’antieroe sveviano, e seguirne pensieri, conflitti, contraddizioni, soluzioni.

Sulla scena, Giovanni Ludeno, davvero bravo nel ruolo di Zeno, si confronta con gli accidenti di una quotidianità che non facilita affatto la vita. Zeno, personaggio indeciso e nevrotico, carattere decisamente borderline e ricco di fragilità, che vive i propri giorni come fosse in una continua olimpiade. E i personaggi che abitano la sua testa come si abita un condominio, o meglio ancora un parco, determinano la vivacissima dialettica tra le diverse tensioni e le diverse cifre caratteriali del protagonista.

Si viene così accolti in uno spazio teatrale in cui si confrontano la parte domestica e istintuale di Zeno, una sorta di portineria dell’Ego, interpretata da un trio di attori d’eccezione: Cristina Donadio, Tonino Taiuti e Valentina Curatoli con la dimensione socio-relazionale, interpretata dal duetto divertentissimo formato da Antonella Stefanucci e Alessandra Borgia. Ai piani alti dell’ES, troviamo il desiderio, a cui danno puntualmente voce e gesto Carmine Borrino e Giorgia Coco e il senso del dovere e del controllo, con Mascia Musy nel ruolo della Preside. Infine, nel ruolo dello psicanalista-demiurgo un ironico e bravo Antonello Cossia.

Valeria Parrella ci propone una sorta di apologo sulle inquietudini dell’individuo, una specie di Inside Out versione teatrale, un’idea, quindi, assolutamente contemporanea. Surreale e realistica al tempo stesso. Surreale nella concezione scanzonatamente metaforica dell’allestimento. Realistica nella riproduzione dei conflitti interiori ed emotivi che spesso agitano la nostra quotidianità.

Trattandosi di uno spettacolo-apologo, il finale, che propone una vera e propria liberazione dell’antieroe dai suoi tormenti e dai suoi mille crucci, conduce ad una soluzione che non può, né potrebbe, restituire allo spettatore tutta la profonda complessità della mente umana. Resta, invece, un senso di fiducia, di comprensione, di rigenerata solidarietà che –  tra un sorriso e l’altro – ci fa amare un po’ di più quella parte di Zeno che ci appartiene, che è dentro di noi, di cui forse abbiamo paura e che, invece, ci rende più vivi, casomai più fragili, senza dubbio più umani. Più gioiosamente umani.

 

                                                                                                          Claudio Finelli