Tutte le vite di un “artista”, sono tante storie ed esperienze che si trasformano in musica. Questo è in poche parole il senso del disco di Giulia Capolino, “L’Artista” presentato sabato 6 febbraio al Teatro Bolivar, per l’occasione inserito all’interno di un recital. Le parti parlate sono infatti state scritte da Gianmarco Cesario e Antonio Mocciola, mentre gli arrangiamenti sono stati eseguiti da Keith Goodman, sul palco con il suo pianoforte, assieme al Quartetto d’Archi San Giovanni.

L’arte è infatti una linea infinita che passa attraverso le ere, le storie e gli amori; la musica è fatta di esperienze, a volte esperienze drammatiche, ma è importante saperla cantare. Non significa infatti solo raccontare: vuol dire in modo molto più approfondito far capire al pubblico davanti quali fossero le sensazioni e le emozioni. Chi fa arte sa che dovrà vivere più di una vita, è l’unica attitudine possibile.

Giulia Capolino nel suo spettacolo infatti alterna tre storie, più la propria storia di vita, tre storie di donne: una ragazza francese ripudiata; la propria nonna, forse ebrea, forse no; una donna turca con una travagliata storia d’amore. Le tre storie sono collegate da un unico filo rosso: quello della musica. In questo modo riesce ad arrivare a sé stessa. Per farlo Giulia alterna infatti i brani scritti da essa stessa a canzoni che sono diventati ormai dei classici: ecco quindi Edith Piaf e Jacques Brel, Salvatore Di Giacomo e Ivano Fossati.

Gli arrangiamenti sono eleganti ed educati, con una grande presenza di archi, mai eccessivi e pomposi, e qualche colpo di piano accennato. La voce di Giulia è molto pulita e versatile, e lo si può sentire nei momenti in cui si apre di più. Forse eccessivi i momenti in cui di parlato o quasi recitato, che in un certo senso coprono le potenzialità vocali.

La musica di Giulia nasconde un mondo, e l’artista ha scelto di disgelarlo, raccontando tutte le vite che le sono passate addosso.

Francesco Di Maso