Carlo Geltrude, la Sanità tatuata sul cuore
“Il teatro può inguaiare e rendere felici”</i

 

Crescere, vivere, soffrire e lottare nel quartiere, per il quartiere, con il quartiere. Nascere alla Sanità, e Totò lo sapeva bene, non è un affare qualunque. Carlo Geltrude ha respirato quest’aria fin da piccolo, che poi non era molto tempo fa. Questo ragazzone di 33 anni ha giù una densità di vita notevole, ma soprattutto tante esaltanti prospettive. “Ho un’energia smisurata, che a volte stupisce persino me – ammette – e fosse per me lavorerei 14 ore al giorno. I ragazzi che sono con me lo sanno, bisogna impormi di smettere, altrimenti andrei avanti ad libitum”. Eppure, questi mesi non sono stati facili. Il Nuovo Teatro Sanità, all’ombra del quale il ragazzo Carlo è diventato uomo, ha avuto lo stop della Digos per le attività serali, danneggiando una decima stagione che era pronta a decollare, per non parlare dei danni del covid19, che hanno riguardato tutto il mondo del lavoro, e dello spettacolo in particolare. “Eppure – ribatte Carlo – non è stato tutto da buttare. Da attore e regista ho ottenuto soddisfazioni enormi. Il nostro “Tur de vasc’”, di cui sono ideatore, è un’esperienza fantastica. A Luglio abbiamo coinvolto le donne del rione, che recitavano le ricette di cucina dell’ultima moglie di Eduardo, Isabella Quarantotti. Il pomodoro bruciato, la vongola fujuta, e tante chicche raccolte in microstorie che hanno coinvolto talenti immensi come Imma Villa, Lalla Esposito, Agostino Chiummariello, Luca Saccoia, Ivan Castiglione, Roberta Astuti, Anna De Stefano, Ciro Burzio. Con la consulenza drammaturgica di Mario Gelardi e la coproduzione del NTS, abbiamo potuto affrontare i testi di Eduardo De Filippo, con la benedizione di Tommaso, figlio di Luca, direttore della Fondazione De Filippo”. E in quanto alla chiusura del Teatro, Carlo ha reagito così: “Lavoro, lavoro e ancora lavoro. Basta polemiche, basta lagne. Chi di dovere sa cosa abbiamo passato, e perché. Senza spettacoli serali il rischio che il teatro diventi un centro sociale è forte. L’energia che abbiamo impiegato, ed eravamo tanti, hanno rischiato di dissolversi in un attimo, anche se i suoi effetti si propagano anche ora che il teatro è chiuso. Ti chiedi davvero che senso ha continuare. Non è stato facile”. Nel frattempo era arrivato il debutto alla regia con “I kiwi di Napoli”, di Phillip Lohlle, che con l’egida del Goethe e dell’Nts é stato portato prima in Germania, a Bochum, e poi a Marsiglia, in Francia. “Vedere la gente ridere anche senza leggere i soprattitoli, lasciandosi sedurre dal napoletano, è stata una soddisfazione enorme – ricorda – Ma per disdire il detto che “nemo propheta in patria” anche al Ridotto del Mercadante di Napoli abbiamo avuto grandi riscontri di pubblico e critica”. Mercadante che, per inciso, Carlo ha frequentato con l’Accademia, scelto da Luca De Filippo. Un’altra regia importante è stata quella de “La giostra”, presentata come Film Drama per Quartieri di Vita al Campania Teatro Festival, ma anche da attore le gioie non sono mancate: “Ricordo “Spiritilli” con Costantino Raimondi al Mercadante, “La paranza dei bambini” con cui abbiamo girato l’Italia, un nudo integrale e scene fortissime di sesso con una disabile nel progetto Rai “Il corpo dell’amore”, ma anche “Le storie di Obaba” di Emanuele Valenti, una delle esperienze migliori. Al cinema devo tanto ai ruoli in “I bastardi di Pizzofalcone”, “Porporati”, “Resta cu’ mme” e “La Santa Piccola”, che ci ha portato a Venezia. Grazie a queste esperienze ho potuto finalmente comprare casa, cosa tutt’altro che scontata per chi fa questo mestiere”. E sui ringraziamenti, Carlo Geltrude non ha dubbi: “Padre Antonio Loffredo e Mario Gelardi, che hanno creato il Nuovo Teatro Sanità, mi hanno permesso di restare a Napoli, mentre molti miei coetanei andavano via. Faccio parte di una generazione che ha voluto cambiare le cose, senza lamentarsi e basta. Certo, potevo andare allo Stabile di Genova, e forse mi avrebbe dato un tocco più nazionale, ma va bene così”. Pronto a debuttare a gennaio con una residenza artistica al Sannazzaro con “Sky is different by the sea” con artisti internazionali libanesi, argentini e cileni, Carlo non dimentica quella che è una vera e propria missione: “Sono cresciuto per strada, parlo la lingua della gente. Ricordando attori importanti che avevano quasi l’aria, vedendoci, di lanciarci noccioline, ho fondato un’Aps dal nome “Le scimmie” con Anna De Stefano, la mia compagna. Sono persuaso che il teatro non salva, ma anzi può inguaiare. A me ha reso anche felice, e mi consente di essere libero. Come un’artista che stimo enormemente, Lalla Esposito, che spesso ha pagato le sue scelte, e per molti di noi è un vero e proprio esempio. Agli aspiranti attori dico: andate a vedere gli spettacoli degli altri, fate il pubblico, sudate come muratori, e poi scegliete”. Negli occhi la luce delle prossime scommesse, e la grata fatica di chi ha saputo apprendere e costruire. Di Carlo Geltrude sentiremo ancora tanto parlare.

Antonio Mocciola

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