
Debutterà il 4 e 5 aprile al Cts di Caserta “Pugni al cuore”, monologo breve di Antonio Mocciola che ha per protagonista Raffaele Uliano, in scena completamente nudo per “indossare” la fragilità del pugile Johann Trollman, detto Rukeli, davanti allo sguardo del nazismo. Abbiamo intervistato l’attore napoletano, durante le prove dello spettacolo.
“Pugni al cuore” è un testo scritto e diretto da Antonio Mocciola, ma che ti vede da solo in scena. E’ la prima volta che affronti un monologo? Di cosa si tratta?
Sì, è un testo bellissimo scritto da Antonio Mocciola, che mi ha dato grande fiducia nell’affidarmelo, e per questo lo ringrazio. Non è la prima volta che affronto un monologo, ma è sicuramente la prima volta che mi confronto con un testo di questa intensità.
“Pugni al cuore” racconta la storia del pugile Rukeli, che sfidò il nazismo e per questo fu rinchiuso in un campo di concentramento, dove venne costretto a combattere prima contro altri prigionieri e poi, simbolicamente, contro la propria ombra. È un monologo potente, che parla di resistenza, dignità e dell’importanza di non arrendersi mai di fronte alle ingiustizie.
E’ più difficile o relativamente più semplice portare in scena un personaggio realmente esistito, in questo caso Rukeli? Ti è capitato già altre volte?
Interpretare un personaggio realmente esistito comporta una responsabilità diversa. In un monologo, spesso il personaggio passa attraverso di me e prende forma anche grazie alla mia esperienza personale. In questo caso, invece, il lavoro è stato inverso: sono io che ho dovuto entrare nel mondo di Rukeli, comprenderlo, rispettarlo e “abitare” la sua storia.
Non mi era mai capitato di confrontarmi con una figura storica così forte e simbolica. È stata una sfida artistica e umana molto profonda.
Che aspetto ti ha colpito di Rukeli? C’é qualcosa di lui che ritrovi in te?
Mi ha colpito il suo coraggio, la sua capacità di sfidare il nazismo anche quando era ormai allo stremo delle forze. La sua determinazione nel non piegarsi mai al male, nemmeno per paura.
In lui ritrovo la volontà di non arrendermi, di non accettare compromessi quando si tratta di dignità e valori. È una forza che cerco di coltivare anche nella mia vita.
Affidare un monologo intero é un gesto di grande fiducia da parte dell’autore e di grande responsabilità per l’attore. Com’è nata l’idea e l’incontro tra te ed Antonio?
È nato tutto da una telefonata per fissare un provino relativo a uno spettacolo in programma per il prossimo anno. Poi, parlando e incontrandoci di persona, è nata immediatamente una sintonia artistica.
Da quella sintonia è nata una fiducia reciproca che ci ha portato a collaborare su questo progetto e anche su altri in cantiere. È stato un incontro naturale, quasi inevitabile.
Lo spettacolo ti vedrà in scena il 4 e 5 aprile a Caserta, negli intimi spazi del Teatro Cts. Secondo te sarà difficile recitare per tutto il tempo, da solo e completamente nudo, col pubblico che si trova a un centimetro dal tuo corpo, dalla tua voce?
Sarà sicuramente una sfida. Essere soli, nudi, in uno spazio intimo, con il pubblico a pochi centimetri, richiede una grande concentrazione e un grande controllo emotivo.
Rendere credibile un personaggio senza costumi, affidandosi esclusivamente alla voce e al corpo, è complesso. Ma il mestiere dell’attore è proprio questo: mettersi in gioco, soprattutto quando la difficoltà aumenta. Anzi, più una sfida è impegnativa, più mi stimola.
L’ansia prima di entrare in scena, la paura di sbagliare, l’adrenalina, gli applausi… il teatro è fatto di questo. È difficile, sì, ma sono pronto ad affrontarlo.
Una domanda che può essere utile agli attori che si stanno approcciando ora al mestiere: Che tipo di lavoro tecnico e psicologico hai fatto o stai facendo per superare l’eventuale imbarazzo di un’esperienza del genere? Che rapporto hai col tuo corpo?
Ho lavorato per dieci anni nei villaggi turistici e da qualche anno mi dedico stabilmente al teatro. Quelle esperienze mi hanno insegnato molto: condividere spazi, mettersi in gioco senza filtri, persino interpretare ruoli lontani da sé.
Grazie a quel percorso ho imparato ad accettare il mio corpo e a viverlo come uno strumento espressivo. In questo spettacolo, ciò che mi sostiene è soprattutto il personaggio e il testo. Il fatto che la nudità abbia un senso preciso nella storia mi dà forza.
Quando comprendi davvero il “perché” di una scelta scenica, l’imbarazzo lascia spazio alla verità. Il segreto è l’immedesimazione: quando sei profondamente dentro al personaggio, tutto diventa più autentico e naturale.
Checché se ne dica, uno spettacolo di nudo integrale (di cui Antonio Mocciola è uno dei capostipiti, ottenendo numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero) non lascia mai indifferenti: prima di approcciarti a questo tipo di allestimento, hai avuto perplessità? Da pubblico hai visto mai esperimenti del genere, e avresti mai pensato di esserne un giorno protagonista?
Da spettatore non avevo mai assistito a uno spettacolo di questo tipo. Quando Antonio me lo ha proposto, inizialmente ho avuto qualche perplessità. Poi, leggendo il testo e approfondendo la storia di Rukeli, mi sono chiesto: perché no?
La difficoltà più grande non è la nudità in sé, ma il pensiero del giudizio altrui: “Cosa diranno?”, “Come reagiranno le persone a me vicine?”. Fortunatamente ho trovato grande sostegno, soprattutto nella mia compagna, e questo mi ha fatto capire che non si può vivere condizionati dal giudizio degli altri.
Se ami qualcosa, devi inseguirla. Le catene sociali sono la più grande prigione mentale che abbiamo, ma le chiavi per aprire la cella le abbiamo noi.
Secondo te in Italia ci sono ancora problemi di bigottismo per quanto riguarda il nudo nell’arte? Noti differenze di accettazione del nudo maschile rispetto al femminile?
Il bigottismo esiste ancora, e non solo in quest’ambito. E sì, noto una differenza nell’accettazione del nudo maschile rispetto a quello femminile.
A chi si sente a disagio con questo tipo di teatro dico semplicemente che è una scelta: si può decidere di non assistere. A chi invece verrà, consiglio di farlo senza pregiudizi, lasciandosi guidare dalla storia e dal messaggio, senza fermarsi alla nudità dell’attore o dell’attrice.
Il nudo, quando è funzionale alla narrazione, è uno strumento artistico, non una provocazione fine a se stessa.
Il tuo percorso di attore com’è nato? Quali sono i prossimi progetti e le aspettative che nutri sulla tua carriera?
Il mio percorso è nato nei villaggi turistici, tra cabaret, improvvisazioni e risate condivise su un palco. È lì che ho capito che volevo fare l’attore: emozionare, far ridere, raccontare storie.
Oggi il mio cammino prosegue sia con Antonio Mocciola sia con altre realtà teatrali. Le mie aspettative sono semplici ma profonde: vivere di questo lavoro e, magari, un giorno diventare fonte di ispirazione per qualcuno, così come altri lo sono stati per me.
C’è qualcuno a cui devi dire grazie?
Sì, devo dire grazie anche a me stesso. Perché ho scelto di crederci, di non fermarmi e di continuare a mettermi in gioco.
Alessia Coppola

