
Debutterà il 7 maggio presso “Interno 4”, a Roma, “Rasputin – il monaco del fango e delle stelle”, il monologo breve di Antonio Mocciola che ha per protagonista Lorenzo Baruzzi, in scena completamente nudo per “indossare” uno dei personaggi più controversi della storia russa. Abbiamo intervistato il giovane attore, durante le prove dello spettacolo.
“Rasputin – il monaco del fango e delle stelle” è un testo scritto e diretto da Antonio Mocciola, ma che ti vede da solo in scena. E’ la prima volta che affronti un monologo? Di cosa si tratta?
Sì, sono solo in scena anche se penso che a teatro non si è mai realmente soli. Il testo di Antonio è un elemento con cui dialogare, in un certo senso, attraverso l’azione scenica, poi ci sarà il tecnico e qualche amico/collega che mi aiuta, ogni tanto, a sviluppare lo spettacolo dandomi un punto di vista esterno. Senza dimenticare che il pubblico è sempre una presenza forte, viva, e questa è una prerogativa del teatro. Insomma, l’unica cosa in cui sarò davvero solo è la gestione di tutto questo per la durata della messa in scena. È la prima volta che affronto un monologo come spettacolo intero, e la sfida più interessante e più importante sarà trovare e calibrare le energie per sostenere il palco da solo: l’intensità giusta, insomma.
E’ più difficile o relativamente più semplice portare in scena un personaggio realmente esistito, in questo caso Rasputin? Ti è capitato già altre volte?
Credo che dipenda molto dal modo di lavorare dell’attore. Nel mio caso sono un po’ in un terreno sconosciuto, perché non avevo mai affrontato un personaggio realmente esistito, anche se va detto che la mitizzazione di Rasputin, le tante incertezze storiche sulla sua vita, lo rendono una figura quasi a metà tra la realtà e la fantasia. Certe caratteristiche fisiche, vocali e psicologiche sono in qualche modo “imposte” dalla storia e dalle testimonianze, e questo è un po’ un limite alla creatività che ricerco solitamente, ma allo stesso tempo offre l’occasione per uno studio diverso, che parta dall’esteriorità del personaggio e arrivi a capirne, o meglio ad immaginarne, il contenuto interno.
Che aspetto ti ha colpito di Rasputin? C’é qualcosa di lui che ritrovi in te?
Di Rasputin ricordo di aver letto o sentito parlare in molte occasioni sin dalla mia infanzia, e ha sempre catturato la mia curiosità. Oltre al profondo mistero che circonda la sua figura, così come quella di tutti i mistici della storia, il suo fascino credo derivi molto anche dalla tenacia che emerge dai racconti sulla sua vita, in particolare eventi come la sua morte. In lui vedo un archetipo, più che uno stereotipo, del popolo russo, un’anima di fuoco in un corpo di ghiaccio, una determinazione rabbiosa quanto spirituale. Non credo che questo mi appartenga nella vita di tutti i giorni, ma ci sono stati dei momenti della mia vita in cui ho percepito un’energia simile a quella che immagino dovesse avere Rasputin, e questa è sicuramente un’ottima base su cui poggiare il lavoro.
Affidare un monologo intero é un gesto di grande fiducia da parte dell’autore e di grande responsabilità per l’attore. Com’è nata l’idea e l’incontro tra te ed Antonio?
Come molte delle cose più interessanti è nato per puro caso. La mia ragazza doveva andare in scena con un suo spettacolo – La mia brutta abitudine – e serviva una sostituzione per un personaggio minore, parliamo davvero di pochissime scene. Era però un ruolo molto particolare ed interessante che mi ha permesso di giocare su alcune mie caratteristiche attoriali, e credo che Antonio, che sicuramente aveva già qualche idea su Rasputin, vedendomi mi abbia ritenuto adatto alla sua visione. Io ho accettato prima di tutto per il personaggio, ma devo dire che è stato bello sentire da subito così tanta fiducia da parte dell’autore e questo sicuramente aiuta anche nell’affrontare delle grandi prime esperienze come attore: il monologo e il nudo. Spero di riuscire a ripagare!
Lo spettacolo ti vedrà in scena il 7 maggio a Roma, negli intimi spazi dell’Interno 4. Secondo te sarà difficile recitare per tutto il tempo, da solo e completamente nudo, col pubblico che si trova a un centimetro dal tuo corpo, dalla tua voce?
Facile non è certamente, ma la mia – poca – esperienza e la mia formazione mi portano a pensare che il facile non esiste, e anzi che è una grande trappola, se non altro per me. Sarà un’esperienza nuova a cui devo prepararmi meglio che mai, perché sicuramente l’impatto del pubblico non sarà di poco conto, anche se da attore ho sempre tratto molto dal contatto con lo spettatore. Un po’ d’ansia c’è, ma in quella misura che ritengo buona e necessaria per lavorare.
Una domanda che può essere utile agli attori che si stanno approcciando ora al mestiere: Che tipo di lavoro tecnico e psicologico hai fatto o stai facendo per superare l’eventuale imbarazzo di un’esperienza del genere? Che rapporto hai col tuo corpo?
Su questo si potrebbero aprire molti capitoli, e devo dire che non mi sento davvero nella posizione di dare consiglio a giovani attori che non sono poi tanto più giovani di me. Cercherò di essere breve. Il rapporto col mio corpo è stato a lungo travagliato, e anzi è proprio questo mestiere che mi ha portato a comprenderlo, scoprirlo ed accettarlo più a fondo, e credo di essere ora ad un punto del mio percorso in cui posso affrontare una cosa del genere, anche perché il mio imbarazzo è sempre stato molto più legato alla paura di un giudizio che non ad una pudicizia più intima. A livello di preparazione, escluso il provare già nudo, non so onestamente se esistano esercizi specifici per prepararsi ad una cosa del genere, ma io sento di avere bisogno di lavorare e prepararmi come per qualsiasi altro personaggio e fare in modo, semplicemente, di avere una struttura sufficientemente solida non solo da reggere l’urto delle sensazioni del momento, ma da incanalarle per trasformarle in un’ulteriore energia. Trovo lo shock molto utile ed eccitante attorialmente, ma questo non vuol dire assolutamente che serva maltrattarsi psicologicamente o fisicamente. Credo che la chiave sia ascoltarsi, sempre, profondamente, e capire per cosa davvero si è pronti e cosa no, perché è bello uscire dalla comfort zone, ma non sempre è la scelta giusta.
Checché se ne dica, uno spettacolo di nudo integrale (di cui Antonio Mocciola è uno dei capostipiti, ottenendo numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero) non lascia mai indifferenti: prima di approcciarti a questo tipo di allestimento, hai avuto perplessità? Da pubblico hai visto mai esperimenti del genere, e avresti mai pensato di esserne un giorno protagonista?
Qualche domanda ovviamente me la sono posta, ma avendo già preso parte ad uno spettacolo di Antonio, a stretto contatto con due attori completamente nudi in scena, ho avuto modo di vedere che la scelta del nudo per le sue opere ha sempre una motivazione, e soprattutto che questa motivazione non comprende quasi mai la sfera sessuale. So che è una sorta di firma di Antonio e questo mi rassicura sotto molti aspetti, anche perché lo ritengo un ottimo autore. Mi era capitato a volte di pensare ad un eventuale nudo scenico nella mia carriera, e pur se non mi aspettavo sarebbe arrivato così presto, sono sempre stato molto aperto all’idea, purché avesse senso, ovviamente. Nel caso di questo spettacolo, credo sia una scelta coraggiosa, ma assolutamente comprensibile per un personaggio come Rasputin, a mio parere per una questione di impatto che era in grado di generare in chi lo conosceva, e inoltre, come sottolinea il testo stesso, perché è stato, per tutta la vita, in un certo senso “nudo”.
Secondo te in Italia ci sono ancora problemi di bigottismo per quanto riguarda il nudo nell’arte? Noti differenze di accettazione del nudo maschile rispetto al femminile?
In tutta onestà non so bene cosa pensi lo scarno pubblico teatrale italiano di questo tipo di cose, anche perché la varietà di spazi e di contesti attira persone davvero molto diverse in questo mondo. Non fatico ad immaginare, ancora oggi, che gli abituali – e tendenzialmente anziani – spettatori di un certo tipo di teatri non siano grandi amanti del nudo, ma devo dire che nella maggioranza delle opinioni che ho sentito al riguardo si potrebbero riassumere con “se ha senso e non è volgare, va bene”. Ad essere molto variabile probabilmente è la posizione di questa linea tra l’artistico e il volgare, e questo credo dipenda molto, esclusi casi eclatanti, anche dallo stomaco, e quindi, alla fine, dal gusto. Su questa direzione penso di essere un po’ più aperto della media, ma penso anche che, finché non si scade in giudizi affrettati e di pancia, ognuno abbia diritto alla propria visione.
Per quanto riguarda differenze tra nudo maschile e femminile, personalmente noto molto più stupore di fronte ad un nudo maschile, perché la sessualizzazione del corpo femminile ci rende tutti in qualche modo più abituati a vederlo ed anche per una ragione banalmente fisiologica, ma paradossalmente la cultura patriarcale rende il nudo femminile probabilmente più stigmatizzato.
Il tuo percorso di attore com’è nato? Quali sono i prossimi progetti e le aspettative che nutri sulla tua carriera?
Questa è una storia che mi piace molto raccontare. A sei anni mia madre mi propose un laboratorio di teatro a scuola, e io inizialmente rifiutai, solo per tornare a chiederle di iscrivermi qualche giorno dopo, quando ormai le iscrizione erano chiuse. Per un intero anno mi ricordai di questa cosa e l’anno dopo mi iscrissi. Il mio primo personaggio fu Lucifero in Opopomoz: freddo, impassibile, immobile sul suo trono. Solo tanti anni dopo mi sono reso conto che farlo, per un bambino distratto e assolutamente incapace di stare fermo, non era poi la banalità che mi sembrò in quel momento. Da lì ho fatto tanti anni di laboratori e spettacoli, e a fine liceo non ho avuto molti dubbi e sono entrato all’Accademia Teatrale di Roma Sofia Amendolea, in cui mi sono diplomato poco meno di due anni fa.
Non saprei dire quali sono le mie aspettative, penso al futuro quasi esclusivamente in forma di progetti, come quelli che ho con la mia compagnia, Gonìa Produzioni, e con altri spettacoli a cui ho il piacere di prendere parte, tra cui uno spettacolo scritto e diretto da Marco Medelin e una riscrittura della Locandiera, Fortuna, di Acqua Salata Produzioni, entrambi in scena a Roma a maggio. L’obiettivo ovviamente è arrivare a vivere di questo mestiere, e non è facile, senza sacrificare un certo tipo di etica e di valori che ho a cuore, ma ad oggi mi preoccupo soprattutto di fare del mio meglio con quello che ho tra le mani.
C’è qualcuno a cui devi dire grazie?
Ringrazio ovviamente Antonio Mocciola per la fiducia, per l’occasione e per il bellissimo testo che mi ha affidato, e la mia ragazza, nonché collega, Francesca Minotto, che è un immenso supporto e aiuto in tutto.
Alessia Coppola

