Gospodin, uomo tormentato, insoddisfatto del suo quotidiano, critico dell’intera società, dei suoi forzati valori e della sua dipendenza dal vil denaro, Gospodin antieroe tipicamente tedesco dal sapore pop; dopo nove anni dal debutto a Bochum, arriva anche sui palcoscenici italiani per la traduzione di Alessandra Grifoni.

Creatore di questo giovane antieroe è un altrettanto giovane drammaturgo Philipp Löhle, che ha riversato, nascosto, nutrito il suo personaggio delle sue idee, del suo disagio, della sua rabbia, del suo disincanto; ma questo aggettivo possessivo “suo” può e deve essere trasformato in “nostro”, noi generazione di trentenni a un passo dai quaranta non faticheremo poi tanto a rispecchiarci e ritrovare i nostri tormenti.

Sette pannelli, sui quali sono proiettate le scene attraverso tecniche varie come la graphic animation o la video mapping, riempiono la scena. I personaggi tutti Gospodin, Hermann, Annette, Norbert interagiscono con le scene video creando immagini di forte impatto. Le immagini-video colorate, cangianti, animate riempiono o cercano di sopperire alla tristezza, al vuoto che appartiene al mondo di Gospodin.

Il protagonista non poteva che trovare corpo e voce in Claudio Santamaria, bello e dannato, il quale incarna alla perfezione i turbamenti e la rabbia di Gospodin. Una gestualità spontanea, una corporeità delicata contraddistinguono la sua interpretazione. Gospodin corre, cammina tanto, si perde per le strade inseguendo i suoi pensieri, pensieri raccontati dalle voci narranti di Federica Santoro e Marcello Prayer, che interpretano impeccabilmente anche tutti gli altri personaggi.

La regia di Giorgio Barberio Corsetti è delicata, mai invadente ma si avverte nella precisione, nella mancanza di sbavature, nel ritmo e nell’eleganza della messinscena.

Barberio Corsetti firma uno spettacolo raffinato ma che purtroppo non rapisce lo spettatore, una mancata seduzione che non dipende però dalla scrittura scenica ma piuttosto da quella drammaturgica, che pur volendo essere  anticonformista e “contro” pecca di linearità e monotonia.

 

Mariarosaria Mazzone