Al Cantiere Florida riflessioni sulla complessità nel testo di Spregelburd con due atti unici sulla fine dell’arte e sull’assurdità della burocrazia.

Quasi un manifesto dell’epoca contemporanea post-moderna, come quei trattati in cui si riflette sulla caduta dei miti e delle ideologie e sulla costruzione di una nuova era con i suoi sensi e i suoi significati. Solo che oggi più che di senso bisogna parlare di “assenza di senso” poiché nella cosiddetta era della complessità tutto è il contrario di tutto, basta semplicemente cambiare prospettiva, cultura o lingua. La ribellione al concetto di senso emerge nel testo di Rafael Spregelburd “Furia avicola” andato in scena al Teatro Cantiere Florida di Firenze con la regia dell’autore e della traduttrice italiana Manuela Cherubini. Due atti unici che presentano un comune denominatore: la destrutturazione della comunicazione. La perdita di senso delle parole conduce alla fragilità dei rapporti, ai dubbi sull’arte e le sue connotazioni, alla sostituzione di simboli prestabiliti, fino al caos.

È necessario, però, riflettere anche sul senso di questa perdita, problema che si pone la professoressa di storia dell’arte del primo atto unico (Rita Brutt), la quale interroga se stessa e il suo collega (Fabrizio Lombardo) sul valore dell’arte contemporanea dopo lo scoppio del caso (talmente folle da essere vero) di Cecilia Giménez, restauratrice improvvisata del paesino di Borja (vicino Saragoza) che decide autonomamente di “restaurare” l’affresco della cappella rivoluzionando completamente l’opera originale. Allo scandalo segue il successo, perché il nuovo quadro diventa “viral” e fa il giro della rete web rendendo la donna famosissima. Invece di essere incriminata, alla fine, la Giménez ottiene anche i diritti d’autore sulla sua creazione. L’episodio diventa pretesto per parlare dello stato dell’arte oggi e del continuo sconfinamento verso altre forme espressive che, talvolta, rappresentano proprio “la fine dell’arte”.

Nel secondo atto unico, invece, il senso delle cose viene esplicato dalla loro assenza: gli attori, impiegati in un ufficio pubblico, possono solo mimare la presenza di oggetti che li aiutano nel loro lavoro iper-burocratico. I dialoghi sono surreali e pieni di sarcasmo. La loro storia viene definita, dalla voce fuori campo che ne commenta via via lo svolgimento, “favoletta morale”: infatti attraverso le conversazioni dei personaggi si evince l’inutilità di alcune interazioni, così come l’inconcludenza di intere giornate di lavoro impegnate in operazioni ripetitive, banali e poco efficaci.  I due atti sono separati da un simpaticissimo intermezzo che strizza l’occhio alla multiculturalità sociale (di cui sono espressione anche gli attori, di provenienza diversa e reduci del progetto dell’Ecole des Maitres) e gioca sulle differenti modalità comunicative che sempre troppo spesso conducono alla confusione, all’incomprensione e alla solitudine.

Lo spettacolo di Spregelburd fa leva su un gruppo di attori ben preparati, tra cui si distingue Rita Brutt (elegante e svampita nelle sue diverse interpretazioni), e si rivela efficace nel suo obiettivo di riflessione nel primo atto e nell’intermezzo, mentre il prolungarsi eccessivo del secondo atto gliene fa perdere il senso profondo. Così un lavoro che si prospettava destabilizzante ed esilarante diventa lento e ripetitivo, proprio come la realtà sociale che vuole in qualche modo denunciare.

Firenze – TEATRO CANTIERE FLORIDA, 11 dicembre 2014

Mariagiovanna Grifi

FURIA AVICOLARegia: Rafael Spregelburd, Manuela Cherubini; Autore: Rafael Spregelburd; Traduzione: Manuela Cherubini; Video: Igor Renzetti; Immagini: Ale Sordi; Musica: Originale Zypce; Interpreti: Rita Brutt, Fabrizio Lombardo, Laura Nardi,  Deniz Özdogan, Amandio Pinheiro; Produzione: Css Teatro Stabile di Innovazione del FVG, Fattore K.

Foto: Giovanni Chiarot.