Il Piccolo Teatro Strehler – Teatro d’Europa ospita per la prima volta, nell’ultima settimana di maggio, Jan Fabre, il versatile artista belga: scultore, coreografo, performer teatrale, visual artist; l’evento assume sin da subito il sapore dell’irrinunciabilità.

Due gli spettacoli presentati al pubblico milanese The power of theatrical madness e This is theatre like it was to be expected and foreseen, entrambi spettacoli-simbolo creati all’inizio degli anni ’80 e riproposti in occasione del trentennale della compagnia Troubleyn, l’ensemble cosmopolita con cui lavora Fabre e che ha sede ad Anversa. L’evento è una vera e propria maratona all’interno del mondo “fabriano”, gli spettacoli durano rispettivamente quattro ore e venti e otto ore.

jan_fabre_the_power_of_theatrical_madness_8The power of theatrical madness (Il potere della follia teatrale) ideato e andato in scena per la prima volta nel 1984, è – come si carpisce dal titolo – una celebrazione del teatro attraverso se stesso. Si entra in sala e undici performers, vestiti di bianco e nero, sono già sul fondo della scena, di spalle al pubblico, il buio cala in sala e delle lampadine pendenti diffondono una luce soffusa e quasi magica, gli artisti lentamente raggiungono il proscenio mentre una litania in tedesco fa da sottofondo, la celebrazione ha inizio. Alternativamente elencano nomi di teatri, messinscene, registi, pièces, città che hanno fatto la storia del teatro. La reiterazione diviene subito peculiare. Poi inizia la lotta tra due attori, un uomo e una donna, l’attrice caduta in sala non riesce a risalire sul palco perché ostacolata dall’attore che la ossessiona con una domanda: “1876?”. Lei salta, si dimena, lo seduce, lui le ostruisce il passaggio, si lascia sedurre ma non dimentica mai la domanda. Lei riesce a salire nel e sul mondo parallelo della scena solo quando finalmente risponde.

Il 1876 è l’anno in cui a Bayreuth Wagner mise in scena la tetralogia de L’anello del Nibelungo, allestimento simbolico durante il quale per la prima volta furono spente le luci in sala immergendo lo spettatore in quello che lo stesso artista tedesco definì “golfo mistico”; lo spettatore poteva e doveva perdersi lasciandosi trascinare dalla musica e dalle parole. Il 1876 è dunque un anno simbolico dal quale si fa partire convenzionalmente la storia del teatro contemporaneo, di quel teatro che inizia a dare una lettura estetica della messinscena, di quel teatro che in pochissimi anni diverrà poi e finalmente il teatro di regia. Fabre non dimentica nessuno, menziona tutti, qui di seguito una parte degli artisti citati: Wagner, i Saxe-Meiningen, Antoine, Ibsen, Strindberg, Reinhardt, Stanislavskij, Čhecov, Mejerchol’d, Craig, Beckett, Ionesco, Artaud, Grotowski, Müller, dal teatro passa alla danza e anche qui partendo da Petipa procedendo verso Isadora Duncan, e poi Martha Graham arriva fino a Pina Bausch.

Questa lunga elencazione è reiterata, talvolta ossessivamente, ma mai sterile perché mai uguale. Sul fondo della scena si alternano immagini di dipinti da Raffaello a Fragonard, due uomini nudi travestiti da re ed evocanti la fiaba di Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore, fanno da fil rouge rimanendo per quasi tutta la durata dello spettacolo – assumendo anche quindi il ruolo di spettatori – sul palco, il quale diviene una sorta di happening dove più azioni avvengono contemporaneamente, ma sono sempre atti celebrativi. Le azioni sono immagini create da attori sempre impeccabili e che non si risparmiano mai, donando alla scena tutta la loro corporeità e fatica fisica, performers sostenuti da un gioco luci volto costantemente a valorizzarli e da sottofondi musicali sempre pertinenti. Al di là della quarta parete fabriana, lo sforzo del regista di voler rompere con la finzione teatrale attraverso la ripetizione raggiunge il suo obiettivo, il palcoscenico vive di se stesso in un mondo autonomo, si nutre di se stesso, e infatti lo spettatore è libero di entrare e uscire dalla platea quando vuole. Scene-quadri staccati, azioni parallele, immagini corporee, litanie musicali, reiterazioni, tempi sospesi: il teatro di Jan Fabre è un teatro intelligente che spinge il pubblico a riflettere, può uscire dalla sala quando vuole ma se vi rimane non può mai calare l’attenzione se vuole entrare a far parte di questo teatro che celebra se stesso mettendosi in discussione, riguardandosi acquisendo consapevolezza. Wagner alla fine dell’800 agognava il raggiungimento della Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale che doveva esser raggiunta dal perfetto equilibrio di musica, parole, scene, gesti. Nel teatro di Fabre vi sono parole, gesti, corpi, luci, musiche – che spaziano dallo stesso Wagner a Bizet – arte visiva, il tutto dà vita a un teatro totale che riesce a essere allo stesso tempo essenziale e simbolicamente narrativo, non a caso Fabre si inserisce nella storia, l’ultima opera menzionata è The power of theatrical madness.

Mariarosaria Mazzone

Milano, Piccolo Teatro Strehler – 27 maggio 2014

regia Jan Fabre
musica Wim Mertens (edizioni Usura)
costumi Pol Engels, Jan Fabre
assistenti alla regia Miet Martens, Renée Copraij
performer Piet Defrancq, Melissa Guérin, Nelle Hens, Sven Jakir, Carlijn Koppelmans, Georgios Kotsifakis, Lisa May, Giulia Perelli, Gilles Polet, Pietro Quadrino, Merel Severs, Nicolas Simeha, Kasper Vandenberghe, Yorrith De Bakker
realizzazione costumi (2012) Katarzyna Mielczarek
staff tecnico Thomas Vermaercke
production manager Helmut Van Den Meersschaut, Ilka De Wilde
insegnanti Hans Peter Janssens (canto); Tango Argentino, Marisa Van Andel & Oliver Koch (tango)
stagisti Giulio Boato (drammaturgia), Università di Bologna; Yorrith De Bakker (performer), Artesis Hogeschool, Anversa, BE; Zafiria Dimitropoulou (performer), Karolos Koun Art Theatre School, Atene
production re-enactment 2012 Troubleyn/Jan Fabre
in coproduzione con deSingel, (Anversa, Belgio), Romaeuropa Festival (Roma)
Troubleyn/Jan Fabre è sostenuto dalla Comunità Fiamminga e dalla Città di Anversa