Timi (1) L’artista umbro disegna una rivisitazione camp del seduttore di Siviglia con grande maestria della scena e qualche gigionismo di troppo

Filippo Timi ritorna, dopo la felice parentesi di “Favola”, a reinterpretare i classici del teatro e della letteratura, così come fece con “Amleto”, e questa volta riscrive in maniera assolutamente originale uno dei personaggi più celebrati dall’arte, soprattutto il teatro: “Don Giovanni”. Il conquistatore di Siviglia, che ha ispirato grandi autori, da Tirso da Molina a Moliere, da Mozart e Da Ponte a Brecht, nella versione firmata da Timi è assolutamente fedele al mito di se stesso, tossicomane e lascivo, Giovanni si destreggia fra le donne che conquista con bulimia incontenibile, senza nessuna concessione alla pietà, e con lui le sue vittime sono preda di una smania di vorace isterismo, che le porta ad esagerate azioni di amore e di odio, di appetiti sessuali e di stomaco. L’esagerazione è, per l’appunto, la cifra stilistica di questo spettacolo, sin dalla scelta di costumi; ridondanti e colorati all’eccesso, essi rendono quasi impossibili i movimenti di questi personaggi ingolfati nel ruolo disegnato per loro da qualcuno altro: sono, infatti, il rapporto tra padri e figli, ed  i condizionamenti familiari, a fare da vero tormentone alle vicende narrate, in cui spesso il parlare viene sostituito dal gridare. I personaggi si comportano in maniera infantile e goffa, sono bambini che ancora non hanno ottenuto un’autonomia adulta, simbolo di una generazione,quella degli attuali quarantenni, a cui l’autore-attore appartiene, condannata alla perenne appartenenza alla categoria dei figli. La costruzione drammaturgica dello spettacolo risente, soprattutto nella prima parte, di eccessi di gags, alla quale Timi ci ha abituati con grande generosità in questi anni, che spesso, però, sacrificano una fluidità scenica.  Al di là della sempre straordinaria interpretazione dell’attore e dei suoi eccellenti compagni di scena (vanno menzionati almeno Lucia Mascino e Umberto Petranca), spesso  l’esercizio di stile ed il gigionismo rischia di prendere il sopravvento, ma, magicamente, nella seconda parte tutto ritrova un senso, ed ecco che nello straordinario finale, sulla “Bohemian Rapsody” di Freddy Merchury, arriva un grande momento di teatro e di scrittura, un monologo finale che da solo riscatta quanto sopra denunciato.

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E così Filippo Timi si conferma uno degli artisti più interessanti del panorama teatrale italiano, che, cosa rarissima, riesce a catalizzare l’interesse del grande pubblico e dei giovani, che abitano con entusiasmo, purtroppo insolito, la sala teatrale, grazie a scelte che, ancora una volta, ritrovano nell’iconografia pop dei chiari riferimenti, e così commistione resta la parola chiave con cui l’istrionico attore riesce a confezionare opere teatrali colte ed irriverenti, senza mai cadere nella supponenza intellettualistica.  La cultura camp ritorna ad essere protagonista, grazie ad immagini esagerate, i già descritti costumi disegnati dallo stilista Fabio Zambernardi, firma del marchio Prada, oggetti di scena di un kitsch improbabile, musiche pescate dal più vasto repertorio pop, dal già citato leader dei Queen, alla colonna sonora della  Sirenetta disneyana, da  Celentano a Renato Zero, senza dimenticare l’incredibile portfolio video delle immagini filmate che denunciano una femminilità esibita e volgare, spaziando dalle riprese delle ginnaste olimpioniche (simbolo anch’esse di un’infanzia violata), a quelle della tv spazzatura giapponese, fino alla ragazzina che impazza su You Tube mentre tanta di cantare in maniera improbabile una hit di Withney Houston. Su tutte, l’immagine materna, catartica e risolutrice della fine di uno stato infantile che forse solo la morte di un genitore può attuare, con un ultimo, tragico e definitivo taglio di cordone ombelicale.

Napoli – TEATRO BELLINI. 30 Novembre 2013

Gianmarco Cesario

IL DON GIOVANNI – VIVERE È UN ABUSO, MAI UN DIRITTO
di e con Filippo Timi
e con Umberto Petranca, Alexandre Styker,Marina Rocco, Elena Lietti, Lucia Mascino, Roberto Laureri Matteo De Blasio, Fulvio Accogli
regia e scena Filippo Timi
regista Assistente Fabio Cherstich
luci Gigi Saccomandi
suono Beppe Pellicciari
costumi Fabio Zambernardi in collaborazione con Lawrence Steele
Produzione Teatro Franco Parenti – Teatro Stabile dell’Umbria