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Una scena di “Magen Zeit Opera”

Cimentarsi nella creazione di un prodotto artistico, essendo vincolati da uno schema costrittivo, potrebbe apparire una scommessa ardua e temeraria, e verrebbe da pensare che la libertà creativa, propria dell’arte, mal si coniughi con i limiti di una gabbia formale. Ma l’arbitrarietà di un tale ingenuo assunto emerge immediatamente: basta riflettere che, per secoli, la forma rigorosa del sonetto (da Dante a Shakespeare; da Foscolo a Carducci) ha prodotto le forme più alte della lirica.
In queste condizioni si sono trovati a operare i giovani artisti (tutti sotto i trent’anni) che hanno aderito al bando di Biennale College: un progetto che promuoveva giovani talenti, offrendo loro di lavorare a contatto con personalità di chiara fama per la messa a punto dei loro spettacoli: un’iniziativa condivisa da tutti i settori della Biennale di Venezia ma estesa, da quest’anno, anche al teatro musicale.
I vincoli erano quattro: tre personaggi in scena; durata dell’opera che non eccedesse i dodici minuti, organico orchestrale fisso (clarinetto, sassofono, violoncello, fisarmonica, tastiere, percussioni); un tema comico, parodistico o surreale. Ogni progetto doveva essere presentato da un gruppo di lavoro costituito da un compositore, un librettista, un regista, uno scenografo. Per i quattro atti unici selezionati erano previsti momenti di formazione e tutoraggio.
L’attenzione e la curiosità di chi scrive, frequentatore solo occasionale di musica contemporanea, era indirizzata a verificare come dei giovani scenografi, ma specialmente registi e drammaturghi, con esperienza sostanzialmente nel teatro di prosa, avrebbero affrontato il cimento con la specificità del linguaggio musicale.
I quattro lavori si fregiavano di titoli, anche suggestivi, ma di non immediata comprensibilità, quando non addirittura criptici: “O-X-A”, “Magen Zeit Opera”, “The Myth of Homo Rudolfensis”, “Tre cose (a caso) sull’amore”.
“Magen Zeit Opera” (che si potrebbe tradurre “L’operina dello stomaco”) con musica di Gabriele Cosmi, libretto di Michelangelo Zeno, regia di Alberto Oliva, scene e costumi di Marco Ferrara, tratta dell’assurdo, tormentato rapporto fra una madre patologicamente famelica e una figlia privata del cibo. La regia e le scene, un monumentale ventre della madre, nel quale gli altri personaggi entrano ed escono, esaltano il lato grottesco della fabula. Il risultato è una godibile, surreale parabola, grazie anche alla felice scelta del cast: la madre, Miss Magen, interpretata da una opulenta transessuale, Emily De Salve, dalla voce di baritono; la figlia, Ellie, il filiforme, attoralmente efficacissimo soprano Giulia Beatini.
In “The Myth of Homo Rudolfensis”, (musica di Yair Klartag, libretto di Yael Sherill, regia di Franziska Guggenblicher, scene di Yael Sherill, costumi di Aileen Klein), con una scelta originale e intelligente, i giovani artisti, in parte israeliani e in parte tedeschi, hanno accolto il vincolo dei dodici minuti come suggestione drammaturgica. Si ipotizza, infatti, di concentrare in dodici minuti il periodo di permanenza sulla scena terrestre dell’Homo rudolfensis, un ominide cugino primo dell’Homo habilis che però, a differenza di quest’ultimo, è scomparso senza evolversi nel giro di poche centinaia di migliaia anni. Lo spazio scenico è utilizzato dalla regia con fantasiosa arditezza: in proscenio, dalla sommità di un carrello elevatore uno dei tre soprani tritura un fascio di fogli che cadono in forma di coriandoli; dal lato opposto si declamano brani di Heidegger; in scena, una tondeggiante Violetta dagli occhi a mandorla in abito rosso, mollemente adagiata su un canapè, parafrasa brani dalla Traviata. Nel complesso, uno spiritoso mix di cultura alta e di accattivante umorismo.
Il titolo di “O-X-A” – avverte il programma di sala – si rifà al gergo giovanile, e significa “Angelica per Orlando”; ma la croce di quella X, che compare materialmente anche sulla scena, allude alla crociera che regge i fili che sostengono i pupi, ed è anche metafora di un potere che governa dall’alto. Orlando è un operaio in cassa integrazione, poi diviene Arlecchino, e infine anche imprenditore. In questo labirinto di simboli e assunti socio-politici, moltiplicati da un performer e da un video che mostra primissimi piani di mani, dalle cui dita pendono fili, lo spettatore si perde.
“Tre cose (a caso) sull’amore” propone tre triangoli amorosi mutuati da Rostand, Shakespeare e Dante, ma la struttura scenografica è gracile, e la drammaturgia cede a troppo facili ammiccamenti al pubblico, come i telefoni cellulari in mano a personaggi d’altri tempi. Neppure la presenza di una prosperosa, nerboruta interprete delle angeliche figure di Roxane, Desdemona e Beatrice viene utilizzata dalla regia con la malizia necessaria per renderla segno teatrale spiritoso e consapevole.
Le riserve sulla qualità di alcuni risultati non inficia però la validità del progetto complessivo, che si afferma quale intelligente e meritoria operazione di politica culturale, avvalorato da un’inattesa ampiezza dell’adesione, a livello internazionale. Non si è trattato, infatti, solo di una vetrina offerta a giovani artisti che hanno avuto modo di confrontarsi, sia con professionisti di maggior esperienza, sia con un pubblico interessato e coinvolto, ma anche di un’opportunità di lavorare insieme su un progetto interdisciplinare dove – come mi riferisce Alberto Oliva, il regista di Magen Zeit Opera – può capitare che anche la partitura musicale si rimodelli su sollecitazioni condivise, nate in corso d’opera da scelte registiche.
L’importante, come tiene a sottolineare il maestro Ivan Fedele, direttore della Biennale Musica ormai alla vigilia del suo ultimo anno di mandato, è che l’innovazione costituita dal College non rimanga un’iniziativa isolata, una bandiera demagogica, ma che abbia continuità.

Claudio Facchinelli