Il nostro corrispondente da Castrovillari, Claudio Facchinelli, cominci con questo articolo il suo focus quotidiano sul festival “Primavera dei Teatri”

Castrovillari, 29 maggio 2014 – Come in tutte le cittadine italiane, la strada principale si chiama corso Garibaldi. Sui marciapiedi, ove corrono due file di alberi (ricordo del dominio napoleonico) è ancora visibile, in corrispondenza degli androni carrai, la pietra di Cerchiara, nera con venature bianche, resa liscia dal passaggio secolare. A nord incombe il massiccio del Pollino, sulle cui cime si impigliano nuvole bianche e grigie.

Il corso si interrompe contro la facciata del Palazzo Cappelli, una famiglia gentilizia ancora presente in città. Si percorre il ponticello che supera un canalone scosceso, punteggiato dal giallo intenso delle ginestre, e si gira attorno al Castello Aragonese. Un centinaio di metri lungo via San Francesco, e si può accedere ai chiostri rinascimentali di quello che, ancora oggi, si indica come il Protoconvento, un antico monastero francescano. Un recente restaurato ha restituito funzionalità anche al teatro, costruito a metà dell’800 al posto dell’antica chiesa.

In questi spazi, da quindici anni, a fine maggio si tiene uno dei più vitali festival teatrali del Sud: Primavera dei teatri. Da qui sono transitati, quando i loro nomi erano ancora poco conosciuti, molti degli odierni protagonisti della scena italiana: fra gli altri, Serena Sinigaglia, Fausto Russo Alesi, Ascanio Celestini, Fausto Paravidino, Tino Caspanello, Emma Dante, Federica Fracassi .

Il gotha della critica teatrale sta arrivando alla spicciolata, io sono qui da ieri sera, e ho già avuto un primo assaggio di quanto i due direttori artistici, Saverio La Ruina e Dario De Luca, con l’assistenza organizzativa – ma non soltanto – di Settimio Pisano, hanno tratto dalla loro esplorazione della drammaturgia contemporanea. E piace notare che il pubblico non è solo costituito da addetti ai lavori, ma è anche e specialmente da gente del posto: intellettuali, giovani, casalinghe, artigiani, commercianti.

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Una scena di “M.E.D.E.A. Big Oil”

M.E.D.E.A. Big oil (Primio Scenario ero Ustica 2013) è l’opera di un gruppo di recente costituzione: Internoenki, una decina di giovani di varia origine e formazione, coordinati da Terry Paternoster, classe ’79, autrice, regista ed attrice appena un po’ più anziana dei suoi compagni di lavoro. Se il tema dell’imbarbarimento ambientale della Basilicata, così come l’allusione del titolo, appaiono un po’ pretestuosi, il lavoro presenta, nella sua ruspante, autentica vitalità, una certa efficacia spettacolare, e nei suoi momenti più felici riecheggia la carnale musicalità dell’ineguagliata Gatta Cenerentola.

Le note di regia di Patres, di Scenari visibili, forniscono indicazioni non tutte facilmente riscontrabili sulla scena. Vi si parla di un Telemaco cieco dei nostri giorni, in attesa di un padre “che ritorni dal mare per riportare legge su una terra devastata”: un’intenzione che rimane implicita, non del tutto sviluppata. Lo spettacolo, peraltro, è emotivamente coinvolgente, notevole anche nell’intreccio dei linguaggi espressivi: la parola dà spazio alla danza, e lo spettare in età – ma non quello soltanto – riascolta con emozione una delle prime, ruffiane, ma intramontabili canzoni di Celentano, Storia d’amore. L’interesse del lavoro sta anche nel fatto che il tema del rapporto generazionale è affrontato, questa volta, esclusivamente dal punto di vista del figlio. Difatti, tutta l’azione condotta dai bravi Dario Natale (responsabile anche della regia, assieme a Saverio Tavano, autore della drammaturgia) e Gianluca Vetromilo, si rivelerà una sorta di sogno: l’evocazione di un desiderio, di un bisogno profondo quanto insopprimibile.

Stasera, due autori orami diversamente affermati della scena italiana contemporanea. Ma preferisco lasciare la sorpresa al lettore della prossima corrispondenza.

Claudio Facchinelli