La mostra al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti con una sezione speciale allestita al Museo di Storia Naturale “La Specola” di Firenze.

11995419_10156007312105162_1375210395_n  Piccoli preziosi oggetti, vasi intagliati dalle mirabili forme, suppellettili sacre, manoscritti: questo e molto altro nella singolare mostra in corso al Museo degli Argenti di Firenze (fino all’11 ottobre) dedicata al lapislazzuli e al suo impiego in ambito artistico, dall’antichità ai nostri giorni. Il progetto, nato da un’idea di Gian Carlo Parodi, mineralogista del Mùseum National d’Histoire Naturelle di Parigi, è stato curato da Maria Sframeli, direttrice del Museo di Palazzo Pitti, Valentina Conticelli e Riccardo Gennaioli in stretta collaborazione con altre istituzioni fiorentine, a cominciare dal Museo di Storia Naturale “La Specola” dove è stata allestita una sezione della mostra dedicata agli aspetti prettamente mineralogici. L’argomento trattato, infatti, non è tra i più semplici: seppur affascinate, richiede competenze che spesso sconfinano nella sfera scientifica o nell’archeologia.

La rara e pregiata pietra del lapislazzuli, caratterizzata da un blu profondo venato d’oro che richiama sia il mare che un cielo stellato, è da sempre ammantata di valore magico, simbolico11992629_10156007312095162_1823253315_n e medico. Si tratta di una roccia particolarmente dura ed è estratta quasi esclusivamente dalle cave di Sar-e-Sanf, tra le montagne del Badakshan (odierno Afganistan), unico giacimento noto nell’antichità e a cui pochi altri se ne sono aggiunti negli ultimi due secoli. Il suo utilizzo è attestato sin dal Neolitico, si diffuse sia in Oriente che in Occidente e fu oggetto di scambi commerciali, come testimonia “Enmerkar e il Signore di Aratta”, raro esempio di letteratura sumerica. Fu utilizzato per amuleti, come quello a forma di quadrupede (II millennio a.C.) o il cuore e l’occhio wdjat (entrambi provenienti dai corredi funebri dell’antico Egitto); per raffigurazioni sacre, come le statuette della dea Maat, protettrice della giustizia dell’ordine del mondo (due gli esempi esposti); per gioielli e accessori regali, come la treccia del divino infante (III periodo intermedio, 1069-664 a.C. circa).

Nelle collezioni medicee, forse anche per il suo altissimo costo, il lapislazzuli è assente fino alla seconda metà del Cinquecento. Dopo di che la preziosa pietra cominciò ad essere utilizzata nella realizzazione di vasi, coppe, fiaschi e mesciroba destinate alle mense principesche, sino a diventare protagonista assoluta durante le nozze di Maria de’ Medici con Enrico IV re di Francia e di Navarra (1600). Proprio a quel banchetto, allestito con la regia di Bernardo Buontalenti, è riferibile l’incompiuta “Coppa a catino” dell’orafo Hans Domes. Ma molti dei vasi che uscirono dalle botteghe granducali del Casino di San Marco prima, degli Uffizi poi, furono realizzati su disegno di Buontalenti, abile nell’ideare oggetti dalle forme mirabolanti. Ben presto il lapislazzuli cominciò ad essere usato anche nella pittura su pietra, di cui fu maestro indiscusso Antonio Tempesta (1555-1630), e nel commesso, dai motivi geometrici della ribalta di Francesco I del Museo degli Argenti (1584-1586) e della scacchiera veneziana del Victoria and Albert Museum di Londra (fine XVI secolo) sino alle complesse composizioni dei successivi piani da tavolo, come quello raffigurante il trionfo d’Europa e le quattro stagioni (1771). Ovviamente la preziosa pietra ebbe un ruolo in primo piano anche nell’arte sacra, soprattutto sotto forma di polvere da cui si ricavava quell’azzurro oltremarino utilizzato per i manti della Vergine e in capolavori come la Cappella Sistina.

11992137_10156007312100162_1414584250_nLa mostra si chiude con le sperimentazioni, iniziate nel secolo dei Lumi, alla ricerca di materiali, anche sintetici, che potessero sostituire la preziosa roccia (di cui proprio in quegli anni si reperivano nuovi giacimenti) e con testimonianze del suo recente utilizzo. Ne sono un esempio i gioielli di Ettore Sottsass (1917-2007), Alberto Zorzi (1958- ), Lucia Massei (1962- ); o le opere di Yves Klein, che proprio al colore blu ha dedicato le ricerche della sua intera vita.

Protagonista indiscusso dell’esposizione è però il cosiddetto “Stipo di Alemagna” (1616-1626), che si presenta chiuso da un severo blocco d’ebano di forma ottagonale animato da colonne con fusti guilloché, intagli e ornati che racchiudono formelle in pietre dure, parte delle quali dipinte con soggetti tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento. Una ricchezza esteriore che ne cela una ancor più ricca: al suo interno vi sono numerosissimi cassetti segreti, automi semoventi (purtroppo perduti), vani preziosamente decorati.

Lorena Vallieri

 

Lapislazzuli. Magia del blu – ideazione di Gian Carlo Parodi; a cura di Maria Sframeli, Valentina Conticelli, Riccardo Gennaioli, Gian Carlo Parodi.

Museo degli argenti di Palazzo Pitti, e Museo di Storia Naturale “La Specola”, Firenze

9 giugno-11 ottobre 2015

www.unannoadarte.it