È andato in scena, al Teatro Curci di Barletta, lo spettacolo L’abito Nuovo, per la regia di Michelangelo Campanale.

 

Sul proscenio, una macchina da cucire e un sarto. Poi l’inconfondibile voce registrata di Eduardo De Filippo che racconta l’incontro con un altro grande maestro del teatro italiano, Luigi Pirandello, Premio Nobel per la Letteratura nel 1934.

È così che comincia L’abito nuovo (regia di Michelangelo Campanale), pièce nata dall’insolita collaborazione tra Eduardo e Pirandello, inserita poi nel filone della Cantata dei giorni pari. Nel prologo alla versione televisiva del 1964, lo stesso Eduardo racconta l’incontro con il drammaturgo siciliano, mentre l’artista napoletano stava recitando la commedia Chi è più felice di me, al Teatro Sannazaro di Napoli, nel 1932. Frutto di quell’incontro sarà la stesura di una versione teatrale della novella di Pirandello L’abito nuovo. Ed è questo adattamento teatrale – De Filippo lo metterà in prova solo qualche giorno prima della morte di Pirandello, nel ’37 – che la compagnia La Luna nel Letto (Residenza Teatri Abitati di Ruvo di Puglia, in collaborazione con Sistema Garibaldi di Bisceglie e l’Associazione culturale Linea d’Onda) riporta sul palcoscenico. La pièce – uno scenario di Luigi Pirandello dialogato in due atti e tre quadri e concertato da Eduardo De Filippo – racconta al pubblico la storia dello scrivano Michele Crispucci, uomo onesto dalla condizione sociale umile, al quale spetta di diritto l’eredità della moglie Nanninella, fuggita numerosi anni prima, lasciando lui e la piccola Assuntina per diventare la famosa soubrette Célie Bouton. Dopo aver girato il mondo, raggiunto il successo e conosciuto numerosi amanti, la moglie di Crispucci – sempre desiderata da una schiera di nobili, principi e uomini d’affare – torna in quella città che considera suo marito come un debole e lo prende in giro per la condotta dissoluta della donna. Questo arrivo creerà non poco scompiglio per la comunità e lo stesso Crispucci – nonostante affermi di aver sepolto la moglie molti anni prima, quando decise di abbandonarlo – rimane profondamente turbato. Un tragico incidente provocherà la morte della donna, rimasta uccisa sotto il peso degli stessi cavalli che l’avevano trionfalmente accompagnata a sfilare per le vie della città, lasciando al marito e alla figlia Assunta tutta l’eredità – a dire di tutti, guadagnata con mezzi scandalosi. Comincia così la lotta dell’impiegato Crispucci: il protagonista, nonostante la povertà nella quale vive, rifiuta questa eredità e punta il dito contro l’avidità che assale le persone a lui vicine, dimentiche del modo disonorevole in cui la ricchezza sia stata guadagnata. L’orgoglio e la sua incrollabile onestà lo porteranno sull’orlo di una lucida follia – più volte viene minacciato di essere internato – che gli permetterà di dimostrare a parenti e colleghi quanto sia vile l’animo umano, soprattutto quello che viene considerato più puro.

Lo spettacolo quindi, riprende tutti i temi cari a De Filippo (la povertà, la miseria, il teatro nel teatro tipico delle sue commedie) e a Pirandello (lo scrittore della tragedia o deus ex machina, incarnato qui dal sarto che sin dall’inizio sembra cucire il suo abito come se stesse mettendo insieme le vicende del racconto, per poi prenderne improvvisamente parte).

La scenografia dell’allestimento pugliese – potenziata dalle straordinarie interpretazioni di Marco Manchisi e Nunzia Antonino, in primis – viaggia sulla dicotomia onestà/disonestà, onore/disonore, puro/dissoluto. Il palcoscenico, infatti, si sviluppa in altezza ed è diviso da due ambienti ben contrapposti: in alto, come a simboleggiare le alte vette raggiunte dalla soubrette, un mondo di paillettes e lustrini, di champagne e vino di qualità, di colori e lussuria; in basso, invece, regna il grigiore della vita quotidiana, fatta di meschina apparenza e perbenismo, dove i personaggi sono letteralmente costretti a vivere chinati, schiacciati dalla miseria e pochezza nella quale vivono. Le stesse donne di casa Crispucci – sempre composte nei loro abiti grigi e morigerati – svelano tutta la loro più infida avidità e fanno eco allo sciame di comari sempre pronto al giudizio.

Rimane solo un po’ di amaro in bocca per un testo in cui la figura femminile viene sin da subito additata, la sua condotta considerata spregevole, pari a quella di una prostituta. Lo stesso protagonista, dopo aver scoperto della terribile morte della donna, non prova per lei alcun dispiacere. Ma l’opera – scritta più di ottant’anni orsono, in un periodo in cui la figura femminile era spesso sottomessa all’uomo, senza possibilità alcuna di liberarsi dal giogo del moralismo e delle convenzioni – di certo, non è al passo con i tempi attuali. Oppure sì?

 

Alessandra Lacavalla

Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello

L’ABITO NUOVO, visto al Teatro Curci di Barletta il 24 gennaio 2016-01-27

con Marco Manchisi, Nunzia Antonino e Salvatore Marci

e Vittorio Continelli, Adriana Gallo, Paolo Gubello, Dante Manchisi, Olga Mascolo, Tea Primiterra, Antonella Ruggiero, Luigi Tagliente

regia scene e luci Michelangelo Campanale

musiche di Giuseppe Verdi

 

aiuto regia Paolo Gubello • assistenti alla regia Annarita De Michele, Katia Scarimbolo

direttore di scena Tea Primiterra • datore luci e audio Michelangelo Volpe

macchinista Olga Mascolo, Tea Primiterra • costumi Maria Pascale

scenotecnica Michelangelo Campanale, Olga Mascolo, Tea Primiterra, Michelangelo Volpe

dipinto Domenico Scarongella • maschere di scena Stefano Perocco di Meduna

pellicceria Nicola Papagni • organizzazione e distribuzione Francesca D’ippolito

amministrazione Isa Pellegrini • comunicazione Rosagiulia Scarongella • foto Patrizia Ricco

grafica Enzo Ruta • video Salvatore Magrone