Il Mittelfest ha una sua consolidata identità culturale, ribadita nel corso degli anni e, di volta in volta, si è anche dato un tema dominante: per la 25a edizione, all’interno di una trilogia che intende esplorare gli arcaici, fascinosi elementi primigeni, dopo l’acqua, si è scelta la terra, associata al fuoco. Costruire su queste basi un programma coerente, che esprimesse anche il suo rapporto con un territorio, il Friuli, dalla forte connotazione linguistica e culturale e, infine, non meno importante, che rispondesse alla richiesta di un pubblico trasversale, fatto non soltanto di addetti ai lavori, è sempre un’impresa da far tremar le vene e i polsi.

In effetti, i colori sfarzosi, l’abilità quasi acrobatica dei danzatori, le musiche di impronta hollywoodiana di Confucio (un’agiografia in forma di musical, prodotto dell’Opera Nazionale della Cina), difficilmente si legavano al contesto, ancorché complesso e multiforme del Mittelfest. Anche la storia di Falcone e Borsellino, malgrado il generoso intento civile, restituita dalla schematica, rustica gestualità dei pupi siciliani, statici e naïf come degli ex-voto, non reggeva il confronto con la raffinatezze della tradizione mitteleuropea del teatro di figura.

Grandi aspettative aveva suscitato la prima assoluta di Menocchio, un’opera lirica liberamente ispirata a Il formaggi e i vermi, di Carlo Ginzburg, e a Domenico Scandella detto Menocchio, di Andrea Del Col. La storia del mugnaio friulano, processato ed arso per eresia, poteva costituire un’occasione stimolante ma, nella trasposizione lirica di Renato Miani su libretto di Francesca Tuscano, ben poco emerge dell’attenzione alla cultura delle classi subalterne, dello sguardo nuovo sulla storia, che avevano caratterizzato il saggio di Ginzburg, scritto sulla scia delle innovazioni della scuola francese degli Annales, di Le Goff, di Ariès. È sembrato invece che gli autori del libretto abbiano voluto dar maggior rilievo alla crisi di coscienza dell’Inquisitore. Una scelta rispettabile, ancorché opinabile ma, da un punto di vista teatrale, l’operazione è apparsa viziata da una sostanziale debolezza drammaturgica e registica.

Apprezzabile la proposta del Sogno di una notte di mezza estate dove, per la messa in scena dell’intricata favola shakespeariana, ridotta ad una dimensione da camera con due soli attori (i valorosi Claudia Gambino e Giovanni Meola), era prevista l’esecuzione dal vivo delle musiche di scena di Felix Mendelssohn Bartoldy, affidata ad una compagine orchestrale molto particolare. Spira mirabilis è un complesso a formazione variabile, che suona senza direttore e dedica mesi di lavoro per mettere a punto, ogni stagione, un’unica esecuzione (dall’Ottetto di Schubert, alla IX sinfonia di Beethoven), con il contributo attivo dell’intero corpus orchestrale. E fin dal rito dell’accordatura, la visibile passione e il coinvolgimento di ogni esecutore, il loro reciproco osservarsi ed ascoltarsi durante l’esecuzione, la sorprendente precisione degli attacchi, prima ancora che per l’udito costituivano un godimento per la vista. La regia di Piera Munciguerra aveva anche coinvolto alcuni elementi del coro di voci bianche di Fiesole nella recita degli artigiani, risolvendo in modo funzionale il naturale, tenerissimo impaccio attorale dei bambini.

Il teatro delle Ariette, di Paola Berselli, Maurizio Ferraresi e Stefano Pasquini, ha una sua particolare cifra poetica, che nasce dalle radici autenticamente agresti del gruppo. Con Tutto quello che so del grano, perfettamente in linea col tema della terra, messo in scena al castello Canussio in uno spiazzo all’aperto coperto di paglia, la compagnia ha riconfermato la propria capacità di trasformare in teatro anche le vicende autobiografiche personali, o la preparazione casalinga di cibi tradizionali, prolungando con naturalezza il momento spettacolare in un piacevole scambio conviviale col pubblico.

“Terra! e all’orizzonte i fuochi”, recitava quest’anno il titolo di Mittelfest e, dopo la vigorosa, atletica, circense esibizione di Feminine Flame del siciliano Teatro del fuoco, una suggestiva sintesi fra i due elementi si è composta artisticamente con Earth & Fire: due fascinose coreografie, rispettivamente del terricolo keniota Anuang’a, con la proposta dei riti ancestrali dei Masai, e dell’infuocato turco Ziya Azazi, vertiginoso alla maniera dei Dervisci rotanti.

Il rito della primavera, nella lettura registica e coreografica del polacco Janusz Orlik, si distaccava dai riti della Russia pagana che avevano ispirato Stravinskij, e si proponeva come pura lettura coreutica e gestuale delle discordanti, aspre, geniali invenzioni ritmiche e melodiche dell’opera, ormai ultracentenaria.

Il versante musicale mescolava e alternava con sapienza brani noti e popolari con opere contemporanee, come nel bel concerto della Slovenska Filharmonija di Ljubljana, ancora sul tema della terra e del fuoco (Stravinskij, Manuel de Falla). Di buon impatto sul pubblico le reiterate, martellanti sonorità minimaliste di Music for films eseguite dalla Michael Nyman Band, diretta dallo stesso compositore al pianoforte. Ma la direzione artistica di Franco Calabretto ha dato spazio anche a esplorazioni più ardite, come il concerto del Polish Cello Quartet: una formazione di soli violoncelli impegnati in brani commissionati a giovani compositori europei. Di notevole interesse il recupero di un dramma in musica del XVI secolo, la Rappresentazione di Anima e Corpo, di Emilio de’ Cavalieri. Un’operazione filologica accurata, con strumenti d’epoca, cui non ha peraltro giovato, fra il primo e il secondo tempo, l’intermezzo monopolizzato da una delle più invasive e stucchevoli icone dell’odierna cultura mediatica, intento a digitare compulsivamente sullo smartphone per tutto il tempo.

A metà strada fra prosa e musical, Il secondo figlio di Dio, col quale il poliedrico Simone Cristicchi ha restituito la figura, poco conosciuta, di David Lazzaretti, barrocciaio, predicatore, utopista, vissuto nell’800 sull’Amiata, morto come un martire cristiano: uno spettacolo di impronta nazionalpopolare, di buona presa sul pubblico, grazie ad una scenografia semplice ma efficace, alla esperta regia di Antonio Calenda, ma specialmente alla passione, alla capacità affabulatoria, alla tenuta scenica di Cristicchi.

Quanto agli spettacoli più specificamente teatrali (non marginale, in questo ambito, la consulenza di Rita Maffei), il ventaglio era ampio, modulato sulle richieste di un pubblico differenziato. Teatro di tradizione, di ottima qualità, come Play Strindberg, sarcastica rilettura di Friedrich Dürrenmatt della Danza Macabra del drammaturgo svedese, con la regia di Franco Però e di tre attori in stato di grazia: Maria Paiato, Franco Castellano e Maurizio Donadoni. Con L’allegra vedova – café chantant (regia di Bruno Stori), Maddalena Crippa si proiettava nella belle époque, interpretando, ora con civetteria, ora con erotica malizia, ora con ironia, tutti personaggi dell’operetta di Lehár.Play Stridberg 02

Ampiamente rappresentato anche il teatro di figura, col surreale Ritorno di Irene, di Gigio Brunello e Gyula Molnàr; con i tradizionali ma fantasiosi burattini di Gaspare Nasuto e Angelo Gallo; con lo spiritoso Circo di legno dei praghesi (ma non soltanto) di Karromato. Affrontare Franz Kafka col linguaggio dei burattini sembrava una sfida temeraria ma, con Il processo, ovvero la dolente storia di Josef K. gli artisti del Lutkovno Gledališče di Maribor sono riusciti nell’impresa, in un coinvolgente spettacolo multilingue, che restituiva con intelligenza e originalità le angosciose atmosfere del testo kafkiano.

In Birdie, del collettivo catalano Agrupatión Señor Serrano, un ambizioso messaggio civile era espresso attraverso una tecnologia che entrava invasivamente nella performance, non solo con inquietanti spezzoni tratti da Gli uccelli di Hitchcock, ma con la proiezione di microscene riprese dal vivo in tempo reale: un espediente espressivo ormai ampiamente diffuso, nel bene o nel male, nel teatro contemporaneo.

Ma lo spettacolo di maggior interesse, sia per l’originalità drammaturgica, sia per la bruciante rilevanza del messaggio, è stato Aleksandra Zec. Definire spettacolo il lavoro, del croato Oliver Frljić è fuorviante e riduttivo, trattandosi piuttosto di un inconsueto, struggente rito della memoria. Il testo trae origine da una storia vera, trattata però con modalità narrative solo apparentemente realistiche. Nella prima parte, al quadro di una normale serata famigliare, dove i genitori raccomandano ai figli di finire i compiti e lavarsi i denti prima di coricarsi, si sovrappone un dialogo che mostra la irreale consapevolezza, da parte di tutta la famiglia, dell’uccisione imminente del padre, poi della madre e della dodicenne Aleksandra. Nel finale, in un indefinito iperuranio, la bambina dialogherà con altre quattro coetanee, anch’esse vittime della medesima, insensata tragedia che ha insanguinato, pochi anni fa, una terra a pochi chilometri dai nostri confini, le cui ferite non sono ancora rimarginate. Ma tutto ciò si esprime senza alcun cedimento retorico od emotivo, con una sconcertante asciuttezza di linguaggio verbale e teatrale, e perciò tanto più sconvolgente per lo spettatore, che ne esce paralizzato da un muto, profondo turbamento.Il sapore della terra (bulgari)

Questa carrellata, per necessità sommaria, sul Mittelfest 2016 sarebbe incompleta se non si desse conto de Il sapore della terra, un’operazione coordinata da Claudio de Maglio, direttore della “Nico Pepe”, di Udine, che ha visto coinvolte altre quattro importanti scuole di teatro provenienti dalla Russia, la Bulgaria, la Polonia e la Svizzera, per un totale di circa una sessantina di giovani. La gioia di vivere che emanava dalle canzoni dei russi, dal loro tango danzato in scarpette da ginnastica; l’ironia maliziosa dei fantasiosi giochi drammatici dei polacchi, mutuati dalla Commedia dell’arte; la severa pantomima dei bulgari, ispirata ai Veda, sulla creazione del mondo; le impegnative riflessioni a più voci sulla morte (“La vecchiaia fa più paura della morte”) degli svizzeri; il caos vitale del quotidiano, vissuto e raccontato dagli italiani; ma specialmente l’entusiasmo del coro finale, dopo la messa a dimora di un albero con terra proveniente dalle cinque nazioni coinvolte: tutto ciò trascendeva la pur rilevante qualità artistica e professionale, e incarnava una delle finalità implicite del Mittelfest, il meticciato culturale, l’abbattimento delle barriere nazionali. Un obiettivo che, alla luce degli eventi di questi ultimi tempi, oggi appare un’utopia.

Ma un’utopia necessaria.

 

Claudio Facchinelli

 

Visto a Cividale del Friuli dal 16 al 24 luglio 2016