Debutto nazionale della nuova versione teatrale del romanzo di Burgess, improntata su un gioco visivo ed estetico di grande impatto.

arancia meccanica_foto francesco squeglia_6535Impresa ardua affrontare la versione teatrale di un romanzo-cult quale “Arancia meccanica” di Anthony Burgess, che, anche grazie all’eccellente film di Stanley Kubrick, è diventato una sorta di manifesto del disagio giovanile che negli anni ’60 sfociò nella ribellione sessantottina.  L’impresa risulta particolarmente ardua per più di un motivo, che però possiamo riassumere in una semplice considerazione:    51 anni dopo la pubblicazione del romanzo e 40 dopo l’uscita nelle sale del film, quale può essere la chiave rappresentativa di una storia che, nei decenni intercorsi da allora, è superata da cronache drammatiche di quotidiane violenze e da paradossi politici ben più allucinanti di quelli ipotizzati da Burgess? Ebbene Gabriele Russo, regista di questa versione teatrale che, lo diciamo subito, si scosta di molto, nello stile, dalla versione scritta dallo stesso autore del romanzo, se non fosse altro per l’assenza del cantato che egli aveva inserito nel copione, trova la soluzione a tale conflitto con una scelta stilistica che si basa soprattutto sulla visionarietà del testo, abbandonando qualsiasi realismo espressivo e spesso anche l’uso della parola, e cercando di non storicizzare la vicenda, bensì di renderla universale, costruendo un impianto registico simile a quello delle grandi tragedie shakespeariane, su suggerimento dello stesso autore. Va da se che Russo, per ottenere un buon risultato, si è avvalso di importanti e  incisive collaborazioni, in primis quella di uno scenografo di grande valore espressivo quale il sempre bravissimo Roberto Crea, il cui eccellente intuito creativo ha ideato grandi evocazioni visive, moltiplicando all’infinito la visionarietà del testo, riuscendo così a donare une cifra stilistica assolutamente indovinata. Naturalmente non si può non citare il lavoro sulle musiche operato da Morgan, il quale ha dimostrato una mano particolarmente felice nel rendere la musica beethoveniana non già banalmente e puramente contemporanea, ma assolutamente idonea alla dimensione di sogno-incubo voluta dal regista.  Ad esse si aggiungono l’indovinato disegno luci di Salvatore Palladino, nonché il lavoro sul corpo che il regista, collaborato in maniera rigorosa e creativa da Carmen Pommella e dal coreografo Eugenio Dura, ha utilizzato in maniera straniante ed espressiva, risolvendo, in alcune scene particolarmente forti, il difficile confronto con la genialità di Kubrick. Meno convincenti, a nostro avviso, i costumi di Chiara Aversano, che si risolvono in un minimal non particolarmente aderente a quanto invece espresso da quanto già citato. In quanto al cast, Daniele Russo, non nuovo ai personaggi di giovane ribelle, interpreta un Alex volutamente sopra le righe, contornato da una compagine di attori di ottima levatura, il bravissimo Alfredo Angelici, la sempre impeccabile Martina Galletta e quindi Marco Mario de Notaris, Sebastiano Gavasso, Alessio Piazza, e Paola Sambo. Tutti loro fanno parte di un gioco corale tipico delle tragedie elisabettiane, infatti, più che allo Shakespeare di “Riccardo III” di cui parlano Burgess e lo stesso regista, a nostro avviso, “Arancia meccanica”   diretta da Russo su traduzione di Tommaso Spinelli, si accosta alle tragedie di Marlowe, in cui il potere costituito si contrappone alla libertà d’azione del protagonista, il cui codice etico è secondario rispetto al suo conflitto con il mondo  dei “saggi”. Lo spettacolo, utilizza un linguaggio che, al di là dello slang che viene parlato dai drughi, si rivolge ai giovani del 2014 in maniera diretta, ed, anziché paventare un futuro apocalittico, li mette in guardia verso un presente di assenza di valori.

Napoli, Teatro Bellini – 5 aprile 2014

Gianmarco Cesario