Pensiamo spesso che le mutazioni all’interno della società siano solo un fenomeno di stretta attualità che poi si riversa nel mondo della cultura. In realtà è sempre successo e paradossalmente in maniera molto più traumatica.

È questa l’idea alla base di “Voce dal sen fuggita” scritto da Antonio Mocciola per la regia di Diego Sommaripa e interpretato dal mezzosoprano Gabriella Colecchia, accompagnata sul palco dalle note di piano di Gianni Gambardella e dalla voce narrante di Antonio D’Avino, con la partecipazione di Andrea Cancelliere.

Lo spettacolo parte della rassegna “Festival Internazionale del ‘700 Musica Napoletano” (diretta da Enzo Amato) in scena alla Domus Ars tratta il tema dei castrati, prendendo nello specifico il momento di passaggio in cui la figura del castrato viene sostituita dalla voce naturale delle donne.

I castrati, cioè maschi evirati da bambini per permettergli di conservare sempre la voce “angelica” di età prepuberale, sin dal Medioevo sono stati figure immancabili, importanti e potenti in ambito musicale, al punto da diventare veri e propri divi col passare dei secoli. Almeno finché verso la fine del ‘700 sono stati soppiantati gradualmente da soprani, mezzosoprani e contralti, fino a che la mutilazione genitale non è stata reputata un crimine gravissimo.

Non si tratta però di un passaggio legato a semplici motivi etici ma a ragioni piuttosto pratiche, con il pubblico che ha iniziato a perdere interesse, con un conseguente crollo del ritorno economico da parte di impresari ed istituzioni (tra le quali la Chiesa che ha sempre tollerato la pratica per attrarre i fedeli alle funzioni religiose).

Lo spettacolo prende quindi come pretesto l’incontro tra Giovan Battista Velluti, castrato in decadenza e la giovane mezzosoprano Giuditta Pasta nel pieno della sua carriera musicale.

Pretesto che ha lo scopo di raccontare, attraverso la recitazione precisa di Antonio D’Avino, il fenomeno dei castrati, la barbarie dietro queste voci bianche, mandate letteralmente al macello per portare successo, notorietà e denaro alle famiglie.
Bambini che oltre alla mutilazione (alla quale le possibilità di sopravvivenza erano minime), dovevano sopportare studi faticosissimi ed una vita piena di mancanze. Una corsa al successo a tutti i costi, molto vicina a quella che si può vedere ancora ai giorni nostri, anche se molto più tragica ma subdola allo stesso modo.

Lo spettacolo bilancia il peso di questa tragedia, con inserti musicali tratti dalle opere di autori come Vaccaj e Bellini, interpretati in maniera impressionante da Gabriella Colecchia: particolarmente emozionante è stata la sua versione dell’Aria tratta da “Il Crociato d’Egitto” di Mayerbeer.

Ottima la sua intesa con Gianni Gambardella al piano, con il quale riesce a ricreare l’atmosfera di quei tempi in modo perfetto.

Francesco Di Maso

(foto di Luca Petrucci)