Deludono i due allestimenti cecoviani di Savignoni e Merolli, il primo per l’eccesso di isterismo, il secondo per una totale assenza di idea registica, coperta da trovate ad effetto datate e già viste.

Molto ghiotta l’idea di un focus su Cechov, quest’anno traccia portante per la VII edizione del Napoli Teatro Festival Italia, e bisogna dire che, dopo la straordinaria doppietta di Konchalovsky, difficilmente ci si aspettava di poter vedere di meglio, ma era pur lecito sperare nelle riletture giovani ed anticonvenzionali dell’argentino Marcelo Savignone e dell’italiano, (già cantante nell’edizione 2003 di “Amici”) Gianluca Merolli. I due allestimenti Cechoviani dei due registi hanno in realtà in comune una scelta nell’adattamento del titolo, “Un Vanja” per il primo ed “Un Gabbiano” per il secondo, e l’articolo indeterminativo sta probabilmente ad indicare, secondo le loro intenzioni, la “diversità” della loro rilettura, l’alternativa all’ingessatura che un classico rappresenta per chi vuole trovare e sperimentare (mai termine è stato più abusato in teatro negli ultimi 30 anni) strade alternative alla tradizione. Affascinante, anche se non originalissima idea, se alla base di un simile progetto ci fosse, come è sempre stato con i grandi innovatori, una conoscenza profonda ed un rispetto per i grandi autori la cui drammaturgia si va comunque ad utilizzare, spesso quale furbesco specchietto per allodole, e, soprattutto, se il tutto venisse sostenuto da una vera idea e non da un susseguirsi di trovate ad effetto.

UN-VANYAPer quel che riguarda il lavoro di Savignone, va subito detto che sicuramente la sua solidità è nettamente superiore al più giovane collega italiano, la pur non condivisibile, per chi scrive, regia, fatta di urla, isterismi ed equilibrismi fisici, può alla lunga stancare, ma comunque denota una freschezza espressiva che, se meglio canalizzata, e sgrossata dell’eccesso, riesce a divertire e coinvolgere. Naturalmente nulla della delicatezza cecoviana dei personaggi e della loro profondità viene fuori in maniera incisiva, e, alla fine degli 80 minuti di spettacolo, si ha l’impressione di aver assistito ad una serie di esercizi di stile che spesso girano a vuoto.

un-gabbiano1Ma, purtroppo, il peggio arriva con la versione de “Il gabbiano” di Merolli. Il trentunenne cantante-attore ed ora regista, si diverte a mettere in scena una serie di ovvietà registiche che, condensate nei 110 minuti di spettacolo, irritano per la loro ingenua presunzione. Effetti di luce continui, neon che si accendono e spengono, scritte sulla lavagna, cuscini di piume che si svuotano spalmando il contenuto sul palco, il solito, immancabile, microfono attraverso il quale declamare (sì, declamare, non certo recitare) parte delle battute, fari sparati in faccia al pubblico, finte corse da fermi sul palco, uso del rallenty nei movimenti, Trigorin a torso nudo e pantaloni di pelle, che si muove, in una scena, ondeggiando in un magmatico telo di rayon, una Irina tratteggiata come la Grimilde della disneyana “Biancaneve”, cellofan in cui far avvolgere Nina in un suicidio per soffocamento (licenza registica alquanto bizzarra, visto che a suicidarsi, per il povero Cechov dovrebbe essere Konstantin), e, udite udite, l’innaffiatoio a fingere la pioggia (visto in almeno altri 300 allestimenti) e delle vasche a simboleggiare il lago (che il grande Necrosius lo perdoni!). Il risultato è quello di un ingiustificabile (ma forse dovremmo scrivere più appropriatamente imperdonabile) festival del cattivo gusto, in cui la presunzione di proporre il già visto come novità supera l’ingenuità e l’incompetenza registica, il tutto ai danni dell’ interdetto pubblico (quello vero, non quello degli amici e dei parenti che gridano bravi) e di due bravi attori di razza quali Nello Mascia ed Anita Bartolucci, chiamati a nobilitare un cast a dir poco laboratoriale. Resta inteso che se questo spettacolo fosse stato presentato 35 anni fa in una cantina, avrebbe potuto avere la sua ragione di esistere, ma quello che davvero dispiace è che sia presentato nell’anno domini 2014 nella sezione principale di un festival internazionale, laddove solo un anno fa giovani registi di altissima classe ed eccellente preparazione e talento erano inseriti nella sezione “Fringe”. Una sovrastima davvero non facile da accettare.

Gianmarco Cesario

UN VANJA di Anton Cechov

IDEAZIONE E REGIA MARCELO SAVIGNONE
CON PAULINA TORRES, MARÍA FLORENCIA ALVAREZ, MERCEDITAS ELORDI, MARCELO SAVIGNONE, LUCIANO COHEN, PEDRO RISI
TESTO E COLLABORAZIONE ARTISTICA EVA RODRÍGUEZ
SCENOGRAFIA LINA BOSELLI
COSTUMI MERCEDES COLOMBO
LUCI IGNACIO RIVEROS
PRODUZIONE BELISARIAS

UN GABBIANO  da Anton Cechov

ADATTAMENTO E REGIA GIANLUCA MEROLLI
CON ANITA BARTOLUCCI, FRANCESCA GOLIA, GIULIA MAULUCCI, GIANLUCA MEROLLI, FABIO PASQUINI, ENRICO ROCCAFORTE
E CON LA PARTECIPAZIONE DI NELLO MASCIA
SCENE DAVIDE DORMINO
COSTUMI GIANLUCA SBICCA
MUSICHE ORIGINALI LUCA LONGOBARDI
LUCI CAMILLA PICCIONI
COPRODUZIONE FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL– NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA, SPETTACOLO SAS DI ANDREA SCHIAVO