In “Ulisse all’inferno”, Giuliano Del Gaudio affronta il mito in modo del tutto personale, mettendoci anima e corpo in senso letterale
In scena al Teatro ZEN di Napoli, lo spettacolo si muove su una linea vuota e notturna, dove l’eroe omerico smette i panni del navigatore astuto per farsi corpo esposto.
L’inferno evocato dal titolo non è un luogo fisico né una suggestione iconografica, ma una condizione interiore.
Il ritorno impossibile, la memoria che pesa più del viaggio, il desiderio che sopravvive alla gloria e finisce per corroderla.
Del Gaudio costruisce un Ulisse contemporaneo, attraversato da dubbi e ossessioni, prigioniero di un eterno approdo mancato.
Lui incarna un uomo che ha visto troppo e che proprio per questo non riesce più a riconoscere una direzione.
La prova attoriale è stata tutta basata sulle emozioni, che talvolta hanno tradito un po’ mostrando qualche incertezza.
L’attore ha virato tra una vocalità capace di farsi sussurro, rantolo, ad improvvisa invettiva, urlando con tutta la forza interiore.
Il ritmo interno del monologo scritto da Mocciola non concede tregua e tiene lo spettatore in una tensione costante e in un continuo movimento di tempi e di anima.
La regia asseconda coerentemente questa scelta di rigore, affidandosi a una scena spoglia, dove luci e suono diventano elementi drammaturgici e non semplici supporti.
Le ombre dilatano lo spazio e ne deformano i confini, le musiche “sataniche” accompagnano i momenti più cupi della performance.
Arianna Bonardi ha incarnato ogni presenza femminile si fosse manifestata nella vita e nel cammino di Ulisse.
Dapprima eterea presenza, poi passionale protagonista, ha graffiato la scena nonostante le pochissime battute recitate.
“Ulisse all’inferno” è un lavoro che chiede ascolto, pazienza, disponibilità a perdersi lungo il percorso.
Del Gaudio firma un attraversamento duro e necessario del mito, restituendoci un Ulisse stanco, fragile, dolorosamente umano.
Un viaggio che non promette salvezza, ma consapevolezza, e che proprio per questo lascia un segno persistente nello spettatore.
Gaetano Cutri

