Continua con convinzione la missione di Antonio Mocciola di usare il teatro come grimaldello per discorsi politici che partano dalla condizione degli omosessuali ed in genere dalla sessuofobia per articolare una contestazione delle dinamiche del potere e dello sfruttamento, e del conformismo e delle paure che ne articolano la struttura di base.
In tal senso va anche questo ultimo suo testo, Tortura su tela andato in scena per una sera a Roma, come un debutto o prova aperta per pochi intimi, nella suggestiva sala a specchi di Interno 4.
Si tratta questa volta della storia del primo processo per omosessualità del medioevo, nel 1348, a Venezia, con tortura e condanna al rogo che sembra equiparare la sodomia all’eresia. Pietro, un ragazzo ferrarese, scacciato dal padre dopo aver confessato la propria omosessualità (così almeno immagina l’autore, modernizzando in stile coming out), si prostituisce a Venezia, per campare, irritando gli altri prostituti per la sua concorrenza sleale (giovane, bello e a basso prezzo). Ne segue una emarginazione che lo spingerebbe al suicidio, da cui lo salva Giacomo. E’ l’inizio del loro amore. Giacomo è povero, orfano, e Pietro per proteggerlo cerca un vero lavoro per sé e per lui, come mugnaio. Tuttavia a Venezia il clima è pesante, e benché il doge stesso indulga a rapporti coi prostituti, per mantenere una morale di facciata è stata istituita una ronda notturna. Giacomo ha paura, è depresso, e una notte scappa. Pietro lo cerca, di notte sotto la pioggia. Esce a torso e piedi nudi (perché?), ma poi in seguito ad una caduta, si ritrova nudo del tutto.
E disperato. Poi felice. Ritrova Giacomo. Ma la gioia ha vita breve. La ronda li sorprende, e vengono portati in carcere, ai piombi, derisi dalla folla.
Pietro, sotto tortura confesserà, e andrà al rogo. Giacomo non confessa, e viene solo esiliato.
Tutto ciò ci viene raccontato, rivivendolo come in sogno, da Pietro, alle soglie del rogo forse, o forse addirittura da un aldilà. Non è chiaro. Il testo infatti si apre e chiude, a cerchio, in dissolvenza, con le stesse parole,
Questa notte ho fatto un sogno: ero al centro di un’enorme piazza, piena di gente. Ero legato a un palo, completamente nudo, era pieno inverno.
L’attore, come è uso e costume – ed anche mania – di Mocciola (che qui cura anche la regia), è nudo in scena. La nudità per Mocciola infatti una cifra stilistica ossessiva, tanto da non essere sempre pienamente giustificata, ma comunque una cifra che ha il senso della nudità di verità e parola, esistenziale, dell’anima nuda, dove la carne si dissolve in petizione di dignità.
Qui tuttavia oltre che stilema diventa anche centro del discorso, anche con forzature situazionali nonché storiche: Pietro cacciato nudo dal padre, e che nudo si aggira (e non è chiaro quando e come si rivestirà); Pietro che è nudo quando ritrova Giacomo, e nudo cammina tra la folla, Pietro lasciato per due mesi nudo in carcere; infine Pietro portato nudo al rogo, per esporlo alla folla nel suo peccato (credo storicamente opinabile).
Il nudo diventa il centro del discorso sia come metodo di umiliazione, sia come rivendicazione, in un discorso costante contro sessuofobia ed ipocrisia, e all’insegna della rivendicazione della natura e della vita. Il sesso, ci viene detto, è stato ridotto a nascondimento, intimità, per reprimere la vita. Credo che sia più complicato di così, ma ci può stare. Né vogliamo il realismo, anche se il salto è senza mediazione, e un po’ brusco, quando il condannato passa ad elencare violenze moderne, dal nazismo, all’islam, alle guerre e torture nel mondo.
Detto questo il testo, la regia, e di conseguenza anche la recitazione dell’attore (comunque bravo e intenso, a tratti), oscillano tra due registri: il rivissuto del dolore, e la ribellione, anacronisticamente super cosciente e provocatoria (alla Giordano Bruno).
Una ribellione che usa il palcoscenico del rogo per provocare il pubblico (di allora, anacronisticamente), e di ora (con sforzate ipotesi di rottura della quarta parete).
Per accusare il mondo.
Sul registro del dolore niente da dire.
L’attore è bravo, e nello spazio ristretto modula gesti essenziali: a terra, in ginocchio, le mani sul volto come l’Adamo del Masaccio cacciato dal paradiso.
Si abbraccia, e la voce vibra nell’emozione, e talora (un po’ di botto forse), sfocia in urla di rabbia.
La parte della ribellione invece pecca di mancanza di rabbia.
E’ pura provocazione, condita di sorrisetti saccenti, e sfottò e senso di superiorità.
Un po’ funziona quando provoca il pubblico a toccarlo, ed elenca le parti del corpo; o quando a terra orgasma supino, copulando al cielo, identificato nella S.Teresa del Bernini.
Appare fuori luogo invece tale pacatezza sorridente quando racconta – senza davvero riviverla – le torture subite, quasi se ne vantasse nel farne l’elenco.
Il testo comunque, pure con le sue incongruenze, resta un intenso atto d’accusa, anche se da ricalibrare un po’ nella dinamica. Ed è pieno di momenti poetici nella scrittura. Da quando parla degli occhi grigi dell’amato, a quando disserta sulla nudità dei piedi come la vera vergogna e fragilità, perché nudità non di sesso ma di povertà.
A quando chiede di essere guardato, negli occhi, e non nel sesso, dal padre prima, da noi poi. Di essere persona insomma, in una logica creaturale e non di potere.
A quando infine la tenerezza della memoria del padre che gli insegna a remare da ragazzino per un attimo fa velo ed argine al dolore della scomunica come figlio sodomita.
Un testo ed una regia che sicuramente cresceranno nel tempo, e a cui il pubblico risponde con calore.
Marco Buzzi Maresca
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Tortura su tela
Scritto e diretto da Antonio Mocciola
Con Eduardo D’Orsi
Roma, Interno 4, 6 maggio 2025

