
Cappella Orsini: Appena dopo l’estate, nella non casuale data del 4 ottobre, San Francesco approda nelle affascinante sala di via di Grotta Pinta, alle spalle di Campo de’ Fiori a Roma, in una versione che sarà un potente pugno nello stomaco. Nudo, scomposto, carnale, infine algido accusatore dei mali del secolo (il nostro), il Francesco di Antonio Mocciola è coerente col suo stile (nudo integrale, che il poverello usò per scandalizzare la borghesia di Assisi, e che ancora turba i benpensanti di oggi) e propone al pubblico romano il talento del giovane Tommaso Sepe, su cui Mocciola ha speso parole di stima e che abbiamo incontrato per qualche domanda.
“Prendetevi tutto” è un testo scritto e diretto da Antonio Mocciola, ma che ti vede da solo in scena. E’ la prima volta che affronti un monologo? Di cosa si tratta?
Sì, è in assoluto la mia prima volta con un monologo, e l’impatto è indubbiamente
forte. Trovarsi da soli sul palco significa non avere una rete di salvataggio immediata
nelle battute di un collega; sei tu, il testo e il pubblico. Lo spettacolo è un viaggio
viscerale e politico all’interno della figura di San Francesco d’Assisi, ma spogliato di
qualsiasi retorica agiografica. È un Francesco carnale, umano, che usa il proprio corpo
e la propria voce come un’arma contro le nevrosi contemporanee, il consumismo e la
mercificazione dell’anima. Un testo potente, che scuote e interroga chi guarda.
Affidare un monologo intero é un gesto di grande fiducia da parte dell’autore e di grande responsabilità per l’attore. Com’è nata l’idea e l’incontro tra te ed Antonio?
Con Antonio ci siamo conosciuti dopo uno spettacolo in cui io recitavo. Antonio era tra
il pubblico, ci siamo parlati e lui ha visto subito del potenziale in me, tanto da propormi
subito dei monologhi di nudo integrale. All’inizio ho rifiutato perché non mi sentivo
pronto, ma quando mi ha proposto questo testo ho capito che era quello giusto per
superare il blocco e mi sono convinto. Sentire che un regista punta così tanto su di te ti
carica di una bella responsabilità ma è anche una grande spinta per affrontare quella
bellissima sfida.
Lo spettacolo ti vedrà in scena il 4 ottobre, proprio per San Francesco, negli intimi e prestigiosi spazi della Cappella Orsini. Secondo te sarà difficile recitare per tutto il tempo, da solo e completamente nudo, col pubblico che si trova a un centimetro dal tuo corpo, dalla tua voce?
Più che difficile, direi che sarò “esposto” al massimo grado. La Cappella Orsini ha
un’atmosfera unica, sacra e profana al tempo stesso, e la vicinanza fisica del pubblico
annulla ogni finzione perché non ti puoi nascondere dietro i trucchi del mestiere. Per
me è la prima volta sia con un monologo sia con il nudo, quindi l’emozione c’è, è inutile
negarlo, però penso che la forza di questo spettacolo stia proprio lì. La mia nudità non
è esibizionismo, diventa la carne stessa di Francesco che si spoglia di tutto. La vera
sfida non sarà la nudità in sé, ma l’intensità di quel contatto quasi epidermico con gli
spettatori.
Una domanda che può essere utile agli attori che si stanno approcciando ora al mestiere: Che tipo di lavoro tecnico e psicologico hai fatto o stai facendo per superare l’eventuale imbarazzo di un’esperienza del genere? Che rapporto hai col tuo corpo?
Se devo dare un consiglio sincero a chi fa questo mestiere, dico solo che non bisogna
intellettualizzare troppo l’imbarazzo, l’unico modo per superarlo è affrontarlo. Essendo
la mia prima volta sia con un monologo che con il nudo, all’inizio c’è stato un impatto
forte, è chiaro. Psicologicamente la chiave è stata spostare l’attenzione dall’Io al
personaggio; se pensi a come ti vede la platea sei finito, se invece ti concentri solo
sulla necessità del personaggio e sulle parole che deve dire, il corpo diventa solo uno
strumento di lavoro, come la voce. Tecnicamente, stiamo lavorando molto sulla
respirazione, sulla presenza scenica e sulla precisione dei movimenti, perché la
mancanza di abiti toglie ogni filtro e rende visibile ogni minima tensione muscolare.
Con il mio corpo ho sempre avuto un rapporto sereno, ma qui si va oltre: impari a
usarlo senza giudicarti, alla fine il segreto è tutto lì, nella totale assenza di giudizio
verso se stessi.
Checché se ne dica, uno spettacolo di nudo integrale (di cui Antonio Mocciola è uno dei capostipiti, ottenendo numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero) non lascia mai indifferenti: prima di approcciarti a questo tipo di allestimento, hai avuto perplessità? Da pubblico hai visto mai esperimenti del genere, e avresti mai pensato di esserne un giorno protagonista?
Mentirei se dicessi che non ho avuto nemmeno un attimo di esitazione, ti chiedi subito
se sarai all’altezza e come verrà percepito. Ma lavorando con Antonio, che ha una
sensibilità e una storia chiarissima in questo tipo di teatro, ogni dubbio si è sciolto. Da
spettatore mi è capitato di vedere spettacoli di nudo integrale, e devo dire che quando
c’è una forte motivazione artistica dietro, l’effetto è potente e non disturba affatto. In
quel momento mai avrei immaginato che un giorno sarei stato io al centro del palco, e
per giunta per il mio primo monologo in assoluto. Però il bello di questo mestiere è
anche questo: ti porta a superare i limiti che pensavi di avere.
Il tuo percorso di attore com’è nato? Quali sono i prossimi progetti e le aspettative che nutri sulla tua carriera?
Il mio percorso è nato quando ero solo un bambino all’Accademia Vesuviana del Teatro
e Cinema e, da quel momento, il palcoscenico è diventato la mia vita. Sono cresciuto
letteralmente sul palcoscenico, collezionando negli anni un bagaglio di decine e
decine di spettacoli che mi hanno formato come attore e, soprattutto, come uomo. Ma
non mi sono mai fermato alla superficie e ho voluto studiare la macchina teatrale a
360 gradi, formandomi anche come scenografo all’Accademia di Belle Arti di Napoli
per comprendere meglio lo spazio, la luce e la materia. Per il futuro non cerco
scorciatoie, la mia aspettativa è semplicemente quella di non smettere mai di
mettermi alla prova, alzando sempre di più l’asticella attraverso ruoli complessi, di
forte intensità e capaci di mettermi totalmente in gioco.
C’è qualcuno a cui devi dire grazie?
Ci sono persone senza le quali questo percorso non sarebbe stato possibile. Penso
innanzitutto a mia mamma, che mi ha sempre supportato, incoraggiato e protetto in
ogni mia scelta di vita e di carriera. Penso poi ad Antonio Mocciola, un regista
straordinario che ha creduto fortemente in me e nelle mie potenzialità, affidandomi
un’opera così densa e coraggiosa. Il mio debito più grande, però, è nei confronti di
Gianni Sallustro. Attore, regista, ma soprattutto il Maestro che mi ha preso per mano
quando avevo solo dieci anni e insieme abbiamo condiviso ben 18 anni all’interno
dell’Accademia Vesuviana del Teatro e Cinema e una sfilza infinita di spettacoli
cruciali. Se oggi ho la solidità tecnica e la forza mentale per salire su quel palco da
solo, lo devo unicamente alla sua guida e a tutto ciò che mi ha trasmesso. È a lui che
devo l’attore che sono diventato e lui rimarrà per sempre nel cuore.
Alessia Coppola

