Al Teatro Fontana la mente si fa gabbia:
“Io sono Nijinsky” e l’ultima danza del genio

Sul crinale sottile che separa il genio assoluto dal baratro della follia si consuma la tragedia di Vaslav Nijinsky, l’étoile che ha rivoluzionato il Novecento coreutico. Ed è esattamente su questo confine che si muove “Io sono Nijinsky”, l’ultima danza del genio dei Ballets Russes, lo spettacolo scritto e diretto da Daniele Bernardi recentemente andato in scena al Teatro Fontana di Milano.

L’opera sceglie di non raccontare i fasti della celebrità, ma si concentra su un momento storico e intimo ben preciso: il rigido inverno del 1918/1919. Mentre l’Europa tenta faticosamente di riemergere dal trauma della Grande Guerra, Nijinsky si trova ritirato a Saint-Moritz con la moglie Romola. Lì, tra le nevi svizzere, l’artista inizia a manifestare i primi inequivocabili segni di uno squilibrio mentale che lo allontanerà per sempre dalle scene.

Bernardi firma un’operazione drammaturgica rigorosa e di forte impatto emotivo, elaborando il testo a partire dalle pagine febbrili del celebre diario che il danzatore redasse in quel periodo di isolamento. La genialità della messa in scena risiede nel gioco di contrappunti: alla parola spezzata, mistica e a tratti incomprensibile di Nijinsky — catalizzata nel suo esordio dal trauma simbolico della morte del fratello, anch’egli malato di nervi — si alterna la presenza di Romola. La figura della moglie diventa così la lente d’ingrandimento dello spettatore: una testimone lucida e straziata dall’irrompere della pazzia nella quotidianità domestica, mentre la comunità locale viene progressivamente gettata nel caos dai comportamenti imprevedibili dell’artista.

Visivamente, lo spettacolo restituisce un’atmosfera sospesa e raggelante. Il Fontana si riempie di un’estetica diafana, dove abeti stilizzati e pacchi regalo creano il paradosso di un’inquietante atmosfera festiva. È in questo limbo natalizio distorto che il pubblico viene invitato a partecipare agli ultimi giorni che precedettero l’esibizione finale del “Dio della danza”. Un contrasto visivo potente, che amplifica il senso di claustrofobia e isolamento del protagonista.

“Io sono Nijinsky” evita con intelligenza le trappole del biopic didascalico o del melodramma. Quella di Bernardi è una regia d’atmosfera e di sottrazioni, capace di far risuonare il silenzio e la vulnerabilità umana dietro il mito. Uno spettacolo magnetico che non cerca di spiegare clinicamente la malattia, ma ne restituisce il mistero poetico e devastante. Una prova di grande maturità teatrale che ha saputo conquistare e affascinare il pubblico milanese.

Antonio Mocciola

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