La tavola della morte
Un pasto cannibalico senza resurrezione

 

Ci vuole un certo coraggio – nel partorire il proprio esordio a teatro come giovane drammaturgo – a scegliere di cimentarsi con l’Orestea, la trilogia di Eschilo, ed in particolare col secondo episodio, Le coefore, quello in generale più ripreso nella tradizione sia dell’antica Grecia che poi del ‘900 europeo. Eppure non si può dire che, con il suo Ghenos: l’eredità dei padri, Joyce Conte non sia riuscito ad innestare sul tronco della tradizione una cospicua dose di novità.

Ma cominciamo dalle origini.

La saga delle infinite maledizioni della stirpe è nota.

Comincia con la feroce rivalità per il trono tra due fratelli, Tieste ed Atreo, e stende la sua scia di sangue nelle generazioni. Così Agamennone, figlio di Atreo, sacrifica la figlia, Ifigenia, agli dei, per propiziarsi il successo guerriero, e viene poi ucciso dalla moglie, Clitennestra e dal suo marito/amante, Tieste, cugino di Agamennone. Un assassinio a sua volta vendicato dai figli, Oreste ed Elettra, con la morte di entrambi i colpevoli.

Il ciclo eschileo si intitola ad Oreste, e anche in molte versioni successive è in capo a lui l’onere della vendetta. Ma la sua è una vendetta più che sentita, comandata. E’ la volontà degli dei che si manifesta, attraverso un ordine di Apollo. Giustizia? Vendetta? Ristabilire un equilibrio?

Gli stessi dei tra loro dissentono, e Oreste sarà preda delle furie e subirà un processo.

Assolto ma non leggero. Il ciclo del sangue è destino, fato ineludibile, e come la maledizione bibblica si estingue dopo sette generazioni.

Nel tempo tuttavia – già a partire da Sofocle ed Euripide, e poi a piene mani nel ‘900 – il focus si sposta sempre più su Elettra, a cui le tragedie sono ora intitolate. Se in Eschilo è solo ombra passiva dell’azione del fratello, già in Sofocle ne aspetta il ritorno con feroce brama di vendetta, ed in Euripide partecipa attivamente, uccidendo lei la madre. In Hoffmansthal (Elettra, 1903) talmente gioisce della vendetta da morire d’estasi, ed in Giradoux (Elettra, 1937) e Sartre (Le mosche, 1943) è lei ad ordinare al fratello la vendetta. Non più Apollo. In Anouilh infine (Tu étais si gentil quand tu étais petit, 1969) la sua ossessione vendicativa giganteggia tanto da disgustare il fratello.

Del resto non è un caso se nel 1913 C.G.Jung affiancò al freudiano complesso edipico, come suo equivalente rovesciato, il complesso di Elettra. Tuttavia è poco noto quanto più feroce sia l’opposizione madre-figlia, e difficile il superamento di tale complesso per le figlie.

 

Con Ghenos Joyce Conte si inserisce perfettamente su questa linea, facendo di Elettra il gigante dell’odio, l’istigatrice al delitto, e di Oreste un tormentato Amleto, che tuttavia del principe di Danimarca eredità solo l’inadeguatezza al paterno, cedendo ad Elettra sia il disgusto del potere che il disgusto per la colpevolezza materna, che mischia nella propria colpa omicidio ed eros.

Un mix qui tuttavia apparentemente celato. Toccherà infatti ad Elettra aprire gli occhi ad Oreste sulla fornicazione materna, che rimane qui occulta e denegata, mentre negli originali greci (come nell’Amleto) aveva da subito il sigillo delle nozze, e dunque dell’usurpazione del potere.

 

“Prima ha sfregato il suo basso ventre nel talamo del tradimento, poi ha cospirato con il suo amante per uccidere il marito glorioso, appena sceso dal carro della vittoria! Clitemnestra ha perso il diritto di essere mia madre… Ormai è soltanto una sgualdrina omicida che danza impunita perché tu (a Oreste) non hai il coraggio di agire secondo giustizia!”

 

Elettra e Oreste dunque, con pesi spostati, restano comunque il centro della violenza, e scenicamente occupano i due corni frontali della lunga tavolata rosso sangue che invade e domina la scena per tutto lo spettacolo, altare di un pasto cannibalico e sacrificale dai multiformi sensi. Al centro il gigantesco cranio di un cervo, le cui corna separano i due fratelli come simbolo della violenza della caccia. Ai due capotavola, dapprima coperte da un velo nero, e poi a viso scoperto due figure nuove alla tradizione, e qui due modalità del disgusto della violenza del potere. Una è Ifigenia. Un fantasma ma che ha giustamente voce in questa cena di fantasmi e di beffe atroci. Accusa ricordandone il cinismo il padre di egoismo e tradimento, di cui la di lei morte è il culmine. Ma accusa anche la sorella, Elettra, nella sua violenza vendicativa, di essere come lui, solo violenza incarnata, ed in definitiva il rovescio di una stessa medaglia, quella del potere.

L’altra, all’altro capotavola è Crisotemi, la sorella minore, assente nella tradizione (se si esclude Hoffmansthal). Lei non cerca vendetta, ma vede la violenza della logica famigliare, e vorrebbe solo tirarsene fuori. Sposarsi. Ma non è cosa, e rimane ai margini, succube delle leggi della coesione famigliare.

Perché tutto va distrutto, ma tutto deve restare, e alle porte del potere preme la minaccia del mondo esterno. La famiglia implode nel suo baratro, nel suo gorgo, ma non può evolvere, mutare. Non è possibile separarsi. Prigionieri come in tante famiglie moderne della coazione a ripetere del sistema, e, come lo chiamano i sistemici, del fantasma dell’unità famigliare. Ma se nell’Angelo sterminatore di Bunuel, non si poteva uscire, varcare la soglia aperta della chiesa, così come in Kafka il contadino non può varcare la porta della legge, dedicata solo a lui, qui, come negli incubi, il loro essere prigionieri di se stessi, il non poter uscire, si trasforma nell’incubo di qualcosa che preme alle soglie, che vuole irrompere, come nella psicosi, col terrore di andare in frantumi. Il rimosso, la libertà, il giudizio degli dei, i morti?

 

“IFIGENIA: Stanno bussando! – ELETTRA: E noi non apriremo! – CRISOTEMI: Potrebbe essere vitale! – ORESTE: Non voglio sapere chi ci accusa al di là della soglia! – IFIGENIA: Potrebbe essere nostro padre! – CRISOTEMI: I padri non bussano, i mostri sì! – ELETTRA: E anche i morti! – ORESTE: Noi non apriremo! – TUTTI: Noi non apriremo!”

 

Un bussare questo che è come un delirio onirico, e che compare ripetutamente come un ritornello angoscioso a scandire gli stacchi tra una tappa e l’altra di questa statica ed implosiva discesa agli inferi. Un bussare che nella penombra accende di pulsazioni stroboscopiche e fosforescenti il grande pannello parete, rosso sangue, che sta alle spalle. E’ come se fosse un cuore barriera, ma pronto ad esplodere, lacerarsi, lasciando campo ad una invasione.

 

Un’altra novità di questo testo è il trattamento di Clitennestra.

Non più la donna che tenta di sfuggire alla condanna, la criminale fragile, forse succube di Egisto, e che comunque teme la morte per mano dei figli. Al contrario. E’ addirittura sfidante. Rivendica tutte le proprie ragioni, dal dolore per la morte della figlia, al tradimento del marito nei suoi confronti. E non solo. Lo accusa di essere stato da sempre violento anche nella vita domestica. Non trema dunque, non si difende, ma attacca sfida provoca manipola.

Amare i figli?

Ridicolo. Ma li ha allevati, protetti, preparati al potere.

Elettra? Voleva solo essere la preferita.

Oreste?

Sembra fragile, quasi piagnucoloso, ma lei lo incorona, lo avvolge, addirittura in pubblico gli offre il seno, soffocandolo in un edipo falsamente incoraggiante. E’ una Lady Macbeth che sferza il figlio ad essere uomo e non pupo, ben sapendo quanto nel suo fragile Edipo egli non riesca né ad essere colpevole nel materno (nell’accesso ad un eros perverso, incestuoso), né uomo risolto, nell’identificazione per lui impossibile con un padre irraggiungibile, ideale di maschia forza, ma anche degradato come modello dalle sue colpe, e dunque solo fonte di paralisi nell’ambivalenza.

Impossibile dunque essere re, ma anche fare il balzo amletico per obbedire allo spettro nella vendetta, senza la spinta della sorella.

Ed impossibile staccarsi dalla madre. Un Oreste quasi bambino risucchiato fagocitato castrato dalla madre. Un Oreste che nell’accedere disperatamente, per volontà di Elettra all’uccisione della madre è come se dovesse bagnare nel sangue la separazione che rende adulti, tagliando il cordone ombelicale con la madre nel sigillo della morte. Un Oreste straziato quasi squartato dalle opposte direttrici del paterno e del materno.

E Conte infatti dà al suo Oreste la voce di un ruggito continuamente piangente, e la catatonia della paralisi, guardando nel vuoto o in alto, la mani tremanti ed i gesti a scatto, disperati, seduto o in piedi, confitto alla sua postazione.

Tenta di essere dignitoso ed autorevole con le sorelle (capo famiglia) ma al contempo dichiara apertamente la propria paura ed inadeguatezza.

 

E’ come un Cristo in croce, crocefisso tra mandato e fuga, al desco di un pasto cannibalico dove il corpo ed il sangue da assumere sono quelli del padre, ma dove – mentre a terra esplodono le pulsioni (le sarx, figure mitologiche della carne che pecca), e mentre i figli consumano in ordine polmoni fegato cuore cervello – ogni pasto non riesce ad essere incorporazione ed identificazione, ma solo nausea e rigetto orroroso.

Cambiano le generazioni, le maschere ma il pasto è obbligato. Ed è il pasto tragico dell’eterno ritorno, di un inferno circolare in cui la stirpe ti imprigiona, nelle catene di colpe e traumi infiniti.

E a terra le sarx emettono versi animali, si contorcono, col volto mascherato da fauci scheletriche, incarnano la maledizione (sesso sangue potere). Non a caso una di queste agirà in avanscena, cambiando ruolo, anche il coito tra Egisto e Clitennestra.

 

Il pasto cannibalico come il contagio della colpa.

Ed infatti le coppiere degli dei che servono alla tavola i vari organi, indossano simbolicamente delle tute scafandro bianche, del tutto simili a quelle dei reparti di isolamento negli ospedali durante le pandemie. Gli organi del padre sono virali. E il pasto non è resurrezione ma eterno ritorno della maledizione.

 

Inferno inferno inferno, urlo carnale confitto nella carne come un’anima.

Pregi e difetti di un ambizioso spettacolo verticale.

 

Tuttavia…

Ambizione dichiarata dell’autore sarebbe anche quella di fare di questo inferno mitologico la metafora dello smarrimento e dell’orfanitudine delle nuove generazioni, eredi di un mondo guastato da guerre, apocalissi ambientale ed economica, morte delle ideologie, e via discorrrendo. Un mondo e la sua gioventù, orfani di orizzonte, e quindi senza padri e senza futuro.

 

Ma resta forse più una dichiarazione di intenti che qualcosa che passa, mentre prevale l’idea generale di un’umanità senza speranza nella trasmissione della violenza, nella bestiale continuità del potere e delle pulsioni. Un’umanità dove i figli non possono polemizzare nel nome di una innocenza, di un’accusa ai padri, ma solo seguirli nell’errore. Questa è nel testo la vera mancanza di emancipazione.

 

E così, se a turno, in coro, i figli declamano, accusando

 

“Un cuore intorpidito il suo, modello della nostra apatia. Giace su un vassoio gelido. Senza più battito. E’ questo che ci lasci, padre? Un muscolo bucato dalla tua malignità, mangiato dai tarli dell’egoismo, sordo ad ogni pietà. Vuoto come vetro tagliente. Un cuore paralizzato, origine della nostra mostruosità, scorticato dai tuoi crimini… Vuoto come l’aria.

 

Poi si dimostrano ben altro, sempre parlando del cuore guasto del padre

 

ELETTRA: Chi lo divorerà? – ORESTE: Spetta a me in quanto suo erede.

ELETTRA: Ma io ho più fame – ORESTE: Spetta a me in quanto maschio.

CRISOTEMI: E perché non a me, dimenticata in un angolo mentre voi vi spartite i posti migliori? – ELETTRA: Non ne saresti degna – IFIGENIA: Spetta a me in quanto sua martire! ORESTE: Sarebbe sprecato – ELETTRA: (A Oreste) Lascia il suo cuore a me! – ORESTE: (gelido) E perché dovrei? – ELETTRA: Perché sarei disposta ad uccidere per averlo! – ORESTE: (ringhiando) Che guerra sia!

Un mondo soffocantemente tragico, senza salvezza dalla colpa, E giustamente alla fine torna il ritornello (bussano, bussano).Un ambizioso spettacolo verticale, si diceva. E che gronda di idee. Anche troppo.

Tuttavia forse impostato recitativamente – nella sua implosione esplosione verticale – troppo sul registro gridato e ruggito. Uno zoo di bestie, dove introdurre più sfumature.

Una linea che forse trova i migliori spunti nella performance dell’autore, intrisa di patetismo e smarrimento, e che ben si sposa in controluce alla perversione fagocitante ben incarnata dalla Clitennestra di Marta Bifano.

 

Una prova comunque intensa, e che ha tutti i margini per crescere.

 

Marco Buzzi Maresca

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Ghenos: l’eredità dei padri. Rito teatrale tragico

Drammaturgia e regia Joyce Conte

con Joyce Conte (Oreste), Anastasia Bonarrigo (Elettra), Letizia Garraffa (Crisotemi), Marta Pappalardo (Ifigenia), Marta Bifano (Clitennestra), Giuliana Pizzuti (coppiera), Umberta Somma (coppiera), Flora Rossitto (corifea sarx), Cristina Conigli (sarx1), Teresa Massari (sarx2), Brando Di Placido (Egisto/sarx3)

Direttore Tecnico, Enzo Sellitto

Audio e luci, Sasha Donninelli

Locandina, Carla Calandra

Foto di Marco Santi Amantini

Produzione indipendente, col patrocinio di Teatro Quirino- Vittorio Gassman e Officine Quirino Scuola d’Arte Drammatica.

Roma, Teatro Quirino, 11 giugno 2026

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