
Con “Il profumo dell’Audacia”, Simona D’Angelo attraversa recitazione, regia e
scrittura in un percorso che, dalla prima nazionale andata in scena alla Sala Strehler
del Teatro Biondo di Palermo, arriva alla Menzione di Merito all’XI Premio
Internazionale Letterario Salvatore Quasimodo – Sezione Teatro. Oggi la storia diventa
anche un libro, accompagnato da una frase-omaggio di Maria Grazia Cucinotta.
Ci sono attori che costruiscono il personaggio partendo dal gesto, dalla voce, dalla tecnica. E ce ne sono
altri che cercano, prima di tutto, un punto interiore dal quale lasciare nascere ogni cosa.
È in questa seconda direzione che si muove il lavoro di Simona D’Angelo, autrice, regista e attrice che
affida alla ricerca emotiva una parte centrale del proprio rapporto con la scena.
La sua recitazione non cerca tanto di mostrare l’emozione, quanto di attraversarla. Uno sguardo può
durare qualche secondo in più, una pausa può sostituire una battuta, un silenzio diventare più eloquente
della parola.
Prima viene l’emozione. Poi tutto il resto.
Non significa rinunciare alla tecnica. Al contrario: significa fare in modo che la tecnica diventi invisibile,
che sostenga l’interpretazione senza frapporsi tra il personaggio e chi guarda.
È da qui che nasce una recitazione diretta, costruita sulla possibilità di riconoscere nel personaggio
qualcosa di umano prima ancora che teatrale: una paura, un desiderio, una ferita, una speranza.
Recitare senza dimostrare di recitare
Il lavoro attoriale di D’Angelo procede spesso per sottrazione.
Non il gesto che sottolinea necessariamente una frase, né la voce che suggerisce allo spettatore ciò che
dovrebbe provare. La costruzione del personaggio passa piuttosto attraverso l’ascolto, le intenzioni, il
sottotesto e la comprensione delle ragioni che determinano un comportamento.
Dietro questa apparente semplicità c’è un lavoro preciso sulla psicologia del personaggio: le
contraddizioni, ciò che dice e ciò che nasconde, quello che desidera e quello che non riesce ad ammettere.
Una ricerca che, nelle opere di D’Angelo, procede spesso insieme a quella storica.
Le sue sono frequentemente storie che sanno di Sicilia.
Non una Sicilia utilizzata come semplice ambientazione o elemento folkloristico, ma un territorio
attraversato dalla memoria, dalle trasformazioni sociali e dalle vite di chi lo ha abitato.
Da questa prospettiva nasce anche Il profumo dell’Audacia.

La Sicilia delle gelsominaie diventa teatro
L’opera conduce nella Sicilia del 1946 e recupera la memoria delle gelsominaie, le donne impegnate nella
raccolta notturna dei gelsomini destinati alla lavorazione delle essenze.
Al centro della vicenda c’è Alba, giovane scrittrice non vedente che torna a Milazzo e si avvicina a quel
mondo femminile.
La ricostruzione storica, tuttavia, è soltanto il punto di partenza.
Attraverso quelle donne il testo affronta temi che appartengono anche al presente: la dignità, la condizione
femminile, il lavoro, il diritto di scegliere, la violenza, il silenzio e la capacità di opporsi a ciò che sembra
già deciso.
Nella costruzione di Alba il dolore non viene esibito e la sua condizione non diventa uno strumento per
cercare una facile commozione. È la sua interiorità a emergere progressivamente attraverso le relazioni, i
gesti, le parole e ciò che rimane sospeso tra una parola e l’altra.
L’emozione non viene richiesta al pubblico: deve accadere.
Ed è in questa immediatezza che il teatro prova ad accorciare la distanza con lo spettatore: non
chiedendogli necessariamente di decifrare il personaggio, ma permettendogli di incontrarlo.
L’incontro artistico con Davide Lo Coco
In Il profumo dell’Audacia questa ricerca si sviluppa anche attraverso una particolare sintonia artistica con
Davide Lo Coco, con il quale Simona D’Angelo condivide la regia e la scena.
Una collaborazione che non si limita alla fase dell’allestimento, ma accompagna il processo creativo
dell’opera attraverso un confronto continuo. Lo Coco rappresenta per D’Angelo uno sguardo esterno
prezioso, soprattutto nella complessa posizione in cui autrice, regista e interprete coincidono nella stessa
persona.
Il suo contributo assume così anche un valore registico e drammaturgico: osservazioni, intuizioni e spunti
capaci di offrire alla scrittura e alla messa in scena prospettive differenti, nel rispetto dell’identità
originaria dell’opera.
È proprio nel confronto che una scrittura può talvolta rivelare possibilità che l’autore, immerso nel proprio
testo, non aveva ancora considerato.
Scrivere un personaggio significa conoscerne ogni passaggio. Dirigerlo significa governarne tempi,
movimenti e relazioni. Interpretarlo richiede, in qualche modo, il movimento opposto: smettere di
controllarlo abbastanza da poterlo vivere.
La sintonia tra D’Angelo e Lo Coco si traduce quindi in uno scambio che attraversa regia, drammaturgia e
recitazione: due sensibilità che si confrontano e che, proprio attraverso questo dialogo, contribuiscono alla
costruzione dello spettacolo.
E questa intesa continua sul palcoscenico.
Perché recitare significa anche ascoltare.
Un attore guarda l’altro, riceve una parola e reagisce. Quella reazione, pur all’interno di una struttura
costruita durante le prove, deve conservare la possibilità di sembrare nuova ogni sera.
È in quello spazio che la rappresentazione smette di essere semplice ripetizione e torna a essere un
incontro.

Un’opera costruita nel tempo
Il profumo dell’Audacia non nasce in un unico momento.
L’idea prende forma nel 2023. È l’inizio di un percorso di ricerca che conduce D’Angelo verso la
memoria delle gelsominaie siciliane e verso la possibilità di trasformare quella storia in materia teatrale.
Nel 2024 nasce la drammaturgia. La ricerca storica incontra la costruzione dei personaggi, le loro
psicologie e le relazioni che progressivamente daranno corpo alla vicenda di Alba e delle donne che
incontra.
È un processo che attraversa scrittura, confronto e riscrittura, fino al passaggio decisivo dalla pagina alla
scena.
Nel 2025 l’opera debutta con la prima nazionale, andata in scena alla Sala Strehler del Teatro Biondo di
Palermo.
Tre anni che raccontano tre momenti differenti dello stesso percorso: l’intuizione, la scrittura, il
palcoscenico.
Alla risposta del pubblico si aggiunge poi il riconoscimento letterario: l’opera ottiene la Menzione di
Merito all’XI Premio Internazionale Letterario Salvatore Quasimodo – Sezione Teatro.
Un riconoscimento rivolto a un testo nato per il palcoscenico e che ne valorizza anche la dimensione
letteraria.
Oggi Il profumo dell’Audacia compie un ulteriore passaggio e diventa un libro, nel quale alla
drammaturgia si affianca la narrazione, offrendo ai personaggi e alla storia uno spazio diverso da quello
della scena.
Il progetto editoriale mantiene anche un legame concreto con i temi attraversati dall’opera: una parte del
ricavato del libro sarà devoluta a sostegno di Telefono Rosa Sicilia, contribuendo alle attività rivolte alle
donne.
Ad accompagnare questo nuovo capitolo c’è anche Maria Grazia Cucinotta, che ha espresso il proprio
apprezzamento per il progetto e ha voluto dedicargli una frase-omaggio destinata al libro.
Un incontro che aggiunge un nuovo tassello al percorso di un’opera nata da una memoria profondamente
siciliana e costruita intorno a una storia di donne.
Quando rimane soltanto l’attrice
Scrittura, regia, rappresentazioni e riconoscimenti raccontano una parte del percorso di Simona D’Angelo.
Ma per comprenderne il rapporto con il teatro bisogna probabilmente tornare alla scena.
A quel momento in cui l’autrice non può più spiegare ciò che ha scritto e la regista non può più intervenire
su ciò che ha costruito.
Rimane l’attrice.
Ed è allora che tutto il lavoro precedente – la documentazione storica, l’analisi psicologica, le prove, la
tecnica – deve diventare invisibile.
Lo spettatore non dovrebbe vedere lo studio che precede una lacrima, una pausa o uno sguardo.
Dovrebbe vedere una persona alla quale, in quel preciso momento, sta accadendo qualcosa.
È qui che il titolo trova forse la sua risposta: dove finisce l’attrice e comincia il personaggio?
Forse proprio nel momento in cui chi guarda smette di cercare l’interprete e comincia a credere alla
persona che ha davanti.
Alla fine, quando il sipario si apre, essere autrice della storia non basta.
Dirigerla non basta.
Conoscere perfettamente il personaggio non basta.
Rimane il compito più semplice da pronunciare e forse più difficile per un attore: essere credibile.
Foto di scena dalla prima nazionale de Il profumo dell’Audacia – Sala Strehler del Teatro Biondo di
Palermo
Foto: Salvo Quagliana
