Abbiamo intervistato l’attore e regista Sergio Sivori, che nel 2017 sposò una causa importante, accettando di posare completamente nudo davanti all’obiettivo di Carmine Miceli per un libro fotografico di Antonio Mocciola, “Addosso”, utile a rompere la cortina omofobica che circondava la discussione parlamentare attorno alle unioni civili. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo a distanza di 8 anni da quel lavoro, e di cosa sta facendo adesso il “modello per un giorno”.
Come racconteresti a chi non ti conosce il tuo percorso professionale di attore e regista?
Il mio percorso professionale è stato un viaggio tra teatro, cinema e televisione, guidato dalla passione per la recitazione e la regia. Ho avuto la fortuna di lavorare in produzioni di rilievo sia in Italia che all’estero, spaziando tra generi e linguaggi diversi. In televisione, ho preso parte da coprotagonista a serie di grande successo come “Io e mio figlio” con Lando Buzzanca, “Il Maresciallo Rocca 2” con l’immenso Gigi Proietti, “Provincia Segreta2” con Andrea Giordana, “Incantesimo 3”, e tante altre. Per il cinema ho preso parte tra i protagonisti a diverse produzioni di successo come: ”Heaven” prodotto dalla Miramax, “Guardiani delle nuvole” di Luciano Odorisio, “Senza movente” prodotto da Gianni Minervini sempre con la regia di Odorisio, “Il viaggio” di Alfredo Arciero , “Rocco tiene tu nombre” pellicola spagnola del mio grande amico Angelo Orlando, mentre a livello internazionale ho lavorato con registi e attori del calibro di Tom Tykwer, il premio Oscar Cate Blanchett, Ray Romano, Gary Halvorson (regista di Friends) e il premio Oscar Stefan Ruzowitzky, in progetti come Everybody Loves Raymond, Heaven e la fortunata serie Netflix”Barbarians”. Nel 2024 sono stato tra i protagonisti della quarta stagione della serie “I Bastardi di Pizzofalcone”, diretta dai bravissimi Monica Vullo e Riccardo Mosca, un’esperienza straordinaria che mi ha permesso di lavorare con attori di grande talento e uno staff di altissimo livello.
Il teatro, però, è il luogo dove ho trovato la mia più autentica espressione artistica. Ho sempre considerato il palcoscenico un laboratorio di sperimentazione e ricerca, uno spazio in cui l’attore può esplorare a fondo il proprio strumento espressivo. Spettacoli come Condannato a morte, Amen, Quartett, Hamletmachine, Il grande inquisitore e Stabat Mater Action, L’ultimo giorno mi hanno permesso di confrontarmi con testi di grande intensità e complessità, affrontando tematiche esistenziali, sociali e politiche.
La mia passione per la ricerca teatrale mi ha portato a fondare e dirigere il Laboratorium Teatro (2000-2013), un centro internazionale di sperimentazione teatrale con sedi prima in Italia e poi in Spagna. Qui ho sviluppato un linguaggio innovativo basato sulla ricerca fisica e vocale dell’attore, un approccio che fonde elementi di teatro fisico, musicalità scenica e un forte lavoro sulla parola e sul gesto.
Un’esperienza particolarmente significativa nel mio percorso è stata la collaborazione con il grande compositore di fama mondiale Hans Werner Henze. Henze ha rivoluzionato la drammaturgia musicale del Novecento, e poter lavorare a stretto contatto con lui mi ha permesso di approfondire il rapporto tra parola, musica e azione scenica. Ho avuto il privilegio di collaborare con lui al progetto “ Le disperazioni del Signor Pulcinella”, un opera balletto di cui sono autore del libretto. Un’esperienza che ha affinato il mio senso del ritmo scenico e l’interazione tra corpo, voce e suono. Il suo rigore, la sua visione artistica e il suo approccio alla sperimentazione hanno lasciato un’impronta indelebile nel mio modo di intendere la costruzione dello spazio scenico e la drammaturgia visiva.
Oggi sono impegnato come Direttore Artistico in diversi progetti teatrali e cinematografici, tra cui il Premio Cinematografico Fausto Rossano, di cui sono anche membro della giuria. Inoltre, tengo seminari internazionali per attori e registi, trasmettendo la mia esperienza a nuove generazioni di artisti e continuando il mio percorso di ricerca e sperimentazione.
Quanto ha inciso nella tua creatività l’essere napoletano?
Essere napoletano ha avuto un forte impatto sulla mia creatività. Questa radice culturale è sempre presente nel mio lavoro, anche nei contesti internazionali. Napoli è una città unica, dove il confine tra vita e teatro è sottilissimo. È una città che ti insegna a osservare, ad ascoltare, a interpretare le sfumature dell’animo umano. Mi ha dato un senso di libertà espressiva, una capacità di improvvisazione che è diventata parte integrante del mio lavoro.
L’arte napoletana è istintiva, passionale, viscerale, e questo ha influenzato profondamente il mio modo di vivere la recitazione e la regia. Inoltre, da molti anni mi dedico alla pittura, un altro linguaggio espressivo che mi permette di esplorare il rapporto tra forma, colore ed emozione, sempre con quello spirito di ricerca che caratterizza il mio percorso artistico e con non pochi riferimenti alla mia amata terra natia. Come artista visuale , così come nel mio teatro, cerco di catturare l’energia di Napoli, le sue contraddizioni, la sua bellezza e la sua crudezza.
C’è qualcosa del tuo percorso professionale che non rifaresti mai? E qualcosa che invece è stata, secondo te, poco compresa?
Ogni esperienza, anche quelle meno soddisfacenti, mi ha aiutato a crescere. Non c’è nulla che non rifarei, perché tutto ha contribuito a formarmi come artista e come uomo. Certo, ci sono stati momenti difficili, scelte complesse e situazioni in cui mi sono sentito incompreso, ma anche questi elementi fanno parte della vita di un artista.
Se c’è qualcosa che forse non è stato pienamente compreso, è il valore della ricerca teatrale che ho portato avanti con il Laboratorium Teatro. La sperimentazione richiede tempo per essere apprezzata, ma sono convinto che lasci tracce importanti negli spettatori e negli artisti che vi prendono parte. La ricerca non cerca l’immediato consenso, ma semina idee, rompe schemi, apre nuovi orizzonti.
La nostra associazione si occupa di naturismo, anche declinata in campo artistico. Hai posato nudo per un libro sull’omofobia, Addosso, in un periodo di forti contrasti per l’approvazione della Legge Cirinnà. Com’è stata l’esperienza? Hai provato imbarazzo? Che rapporto hai col tuo corpo?
L’esperienza con il talentuoso scrittore e drammaturgo Antonio Mocciola è stata molto forte e significativa. Non si trattava solo di un atto estetico, ma di una presa di posizione contro l’omofobia, in un momento in cui il dibattito era particolarmente acceso. Non ho provato imbarazzo, perché il corpo è uno strumento espressivo e, nel contesto artistico giusto, può comunicare messaggi potenti. Essere attore significa anche questo: mettersi in gioco completamente. Ho un rapporto sereno con il mio corpo, lo rispetto per quello che è, con i suoi cambiamenti e la sua storia.
Pensi che in Italia, ancora oggi, ci sia un problema di accettazione del nudo, specie maschile?
Sì, purtroppo sì. Il nudo maschile è ancora più soggetto a pregiudizi rispetto a quello femminile, ed è visto spesso con imbarazzo o diffidenza, soprattutto fuori dai contesti artistici. In un Paese con una tradizione culturale e artistica così ricca, questo è un paradosso. Basti pensare alla magnificenza delle sculture rinascimentali o alle grandi opere del nostro cinema. Eppure, oggi il corpo maschile è ancora un tabù in molti ambiti.
Credo che l’arte e il teatro possano aiutare a scardinare questi preconcetti, restituendo al corpo il suo valore espressivo, al di là di ogni censura o condizionamento sociale. L’artista ha il dovere di mettere in discussione i limiti imposti dalla società, di sfidare le convenzioni e di aprire spazi di libertà. Il corpo è il primo strumento dell’attore, e negarne la naturalezza significa limitare la sua capacità di espressione

