Abbiamo intervistato Alfredo Martinelli, che nel 2017 sposò una causa importante, accettando di posare nudo davanti all’obiettivo di Carmine Miceli per un libro fotografico di Antonio Mocciola, “Addosso”, utile a rompere la cortina omofobica che circondava la discussione parlamentare attorno alle unioni civili. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo a distanza di 8 anni da quel lavoro, e di cosa sta facendo adesso la “modella per un giorno”.
Come racconteresti a chi non ti conosce il tuo percorso professionale?
Di professione sono informatico. Declino la mia professione in forme variegate. Ho iniziato creando siti internet e fornendo servizi di posta elettronica e registrazione dominio, quando ancora nelle aziende molti mi rispondevano: “a me non serve, perché ho il fax”. Fortunatamente non ho mollato e sono giunto a lavorare su incarichi diretti di aziende internazionali. Oggi continuo a sviluppare per il web e in più seguo la digitalizzazione dei processi di alcune aziende oltre a insegnare informatica di base in istituti di formazione e a seguire sul posto importanti tornei internazionali di live poke, sempre nelle vesti informatico specializzato per il web importanti.
Come scrittore ho iniziato tardi. Dopo i 35 anni l’insoddisfazione di fine giornata aumentava con lo scorrere del tempo, che iniziavo a sentire troppo fuggente. Una domenica pomeriggio, quasi in preda a un automatismo inconscio, andai in ufficio e iniziai a scrivere quella che nella stravagante idea iniziale sarebbe dovuta essere la sceneggiatura di un film. In un mese scrissi l’intero soggetto, molto ben dettagliato e carico di spunti di scrittura. Era una griglia strutturata su un foglio, in cui avevo suddiviso in colonne i giorni e in righe gli eventi. Oggi so che le strutture narrative complesse si creano in questo modo usando Excel, all’epoca fu istintivo.
Terminata la stesura del soggetto, mi resi conto che non sarebbe interessato a nessuno e lo buttai. Nei giorni successivi mi resi conto che durante la scrittura ero stato bene. L’insoddisfazione serale era svanita ed ero stato sempre di buonumore. Nei giorni successivi mi lasciai fluire dall’ispirazione e scrissi il racconto breve “La leggenda del Pescegatto”.
Qualche settimana dopo mi trovai a parlare con lo scrittore e autore teatrale Antonio Mocciola, che era a Benevento in veste di giornalista. Era da poco uscito il suo libro “Le vie nascoste” e mi venne spontaneo dirgli che anche io avevo scritto un racconto. Volle leggerlo subito senza sentire scuse da parte mia di un’eventuale ritrosia o pudore. Qualche giorno dopo mi chiamò per dirmi che gli era piaciuto e avrei dovuto partecipare a un concorso. Capì al volo che io ero totalmente impreparato sull’argomento ed ebbe la premura di cercare qualcosa di adatto. Mi richiamò dopo qualche giorno indicando “La Corte della formica” come concorso adatto al mio stile. Si svolgeva al Piccolo del Bellini a Napoli. Arrivai tra i primi quattro e fui pubblicato. Durante la serata finale, per la prima volta ascoltai un attore leggere qualcosa scritto da me. Fu emozionante, come molte “prime volte”.
Da allora non ho più smesso. Oggi la mia scrittura la integro in varie forme d’arte: dalla musica alla pittura, passando per la fotografia e gli eventi live in cui porto in scena i miei racconti, leggendoli su basi di musica elettronica suonata dal vivo.
Sei fortemente radicato al territorio, Benevento? A che punto è la situazione in città dal punto di vista culturale? Essere beneventani è una marcia in più per questo mestiere?
Benevento è una città storicamente collegata con l’arte e la cultura. Purtroppo soffre di tutte le debolezze di un piccolo centro. Farsi notare è facile, molto più complesso è avere un seguito attivo, in grado di stimolare costantemente l’artista ad andare avanti. Inoltre la ridotta quantità di persone non aiuta la creazione di aggregati artistici idonei ad alimentare lo stimolo e la creatività. Infine, poiché l’interesse verso l’arte è percentualmente relegato a una parte minima della popolazione, pochi abitanti corrispondono a poca partecipazione.
C’è qualcosa del tuo percorso artistico che non rifaresti mai? E qualcosa che invece è stata, secondo te, poco compresa?
Non rinnego nulla del mio percorso artistico. Tutto quello che ho reso pubblico è stato frutto del momento, del contesto e del mio percorso di crescita. Di sicuro qualcosa ha avuto più successo rispetto ad altre, ma è spesso stato il risultato di un mio minore impegno divulgativo.
La nostra associazione si occupa di naturismo, anche declinata in campo artistico. Hai posato nudo per una mostra sull’omofobia, esposta al Pan, “Addosso”, in un periodo di forti contrasti per l’approvazione della Legge Cirinnà. Com’è stata l’esperienza? Hai provato imbarazzo? Che rapporto hai col tuo corpo?
Sono molto contento d’aver contributo alla veicolazione di un messaggio così importante contro l’omofobia, che è purtroppo un problema ancora molto radicato nella cultura italiana, al punto da confondere l’omosessualità con lo schierarsi contro l’omofobia e a favore dei diritti civili delle coppie omosessuali e della libera espressione della propria sessualità.
Durante lo shooting fotografico non ho provato alcun tipo di imbarazzo, riscontrando invece molta professionalità sia nel fotografo che nella équipe incaricata del progetto.
Il mio corpo, non poggio anello, mi fa arrabbiare solo perché non perde più peso come un tempo. Non avere più capelli dalla tarda adolescenza l’ho invece trasformato in un mio tratto distintivo e di questo sono grato al mio corpo, che continuo a trattare con cura tenendolo tonico e reattivo grazie allo scarso uso dell’automobile, sostituita da camminate e bicicletta.
Pensi che in Italia, ancora oggi, ci sia un problema di accettazione del nudo, specie maschile?
Ritengo l’Italia un Paese di stampo patriarcale. Qualcosa si sta muovendo, ma ci vorrà tempo. Per questa ragione un nudo maschile riscuote meno accettazione rispetto al classico nudo femminile
Sam Valenti

