Abbiamo intervistato il presidente di I Ken Onlus Carlo Cremona, che nel 2017 sposò una causa importante, accettando di posare nudo davanti all’obiettivo di Carmine Miceli per un libro fotografico di Antonio Mocciola, “Addosso”, utile a rompere la cortina omofobica che circondava la discussione parlamentare attorno alle unioni civili. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo a distanza di 8 anni da quel lavoro, e di cosa sta facendo adesso il “modello per un giorno”.
Come racconteresti a chi non ti conosce il tuo percorso professionale?
Il mio percorso professionale è sempre stato guidato da un forte impegno per i diritti umani, l’inclusione e la cultura. Ho iniziato il mio cammino nell’attivismo per i diritti LGBTQ+ fondando l’Associazione i Ken Onlus, con l’obiettivo di creare spazi sicuri e opportunità per la comunità. Ho dato vita a progetti come OMOVIES – il festival internazionale di cinema LGBTQ+ – e il progetto “Questa casa non è un albergo” Rainbow Center Napoli, un punto di riferimento per chi ha bisogno di supporto e protezione.
Tra i progetti culturali a cui tengo particolarmente c’è il corAcor – Napoli Rainbow Choir, il primo coro LGBTQ+ della Campania, che ho fondato insieme a Marco Taglialatela. Questo coro è una realtà straordinaria, che unisce il potere della musica all’attivismo. Grazie alla passione e al talento dei suoi membri, il corAcor ha raggiunto importanti traguardi, tra cui la partecipazione a Italia’s Got Talent, che ha dato grande visibilità alla nostra missione di inclusione e condivisione. Il coro ha cantato in occasioni istituzionali, eventi culturali e manifestazioni per i diritti civili, diventando un simbolo di libertà e orgoglio per la comunità.
La mia passione per la cultura e l’arte ha radici profonde: provengo da una famiglia che ha sempre vissuto di creatività e spettacolo. Nella mia genealogia ci sono Carlo e Nino Taranto, artisti che hanno fatto la storia del teatro e della comicità partenopea. Questa eredità mi ha insegnato il valore della narrazione, della musica e del teatro come strumenti per comunicare emozioni e messaggi sociali importanti.
Quanto ha inciso nella tua creatività l’essere napoletano?
Essere napoletano ha avuto un ruolo fondamentale nella mia creatività. Napoli è una città che insegna a resistere, a reinventarsi, a vedere il bello anche dove sembra non esserci. È una città che pulsa di energia, di teatro, di arte spontanea, di passione e di accoglienza.
Inoltre, l’arte e lo spettacolo sono parte della mia storia familiare. Mio padre e mio nonno mi hanno trasmesso l’amore per il teatro e la comicità, che sono stati il cuore della carriera di Carlo e Nino Taranto. La loro ironia, la loro capacità di raccontare la vita quotidiana con leggerezza e profondità, hanno influenzato il mio modo di vedere il mondo e di comunicare attraverso l’arte. Anche il corAcor incarna questa energia: è un coro che racconta storie, che porta in scena la vita vera e che unisce le persone attraverso la musica, con lo spirito aperto e inclusivo tipico della nostra città.
C’è qualcosa del tuo percorso professionale che non rifaresti mai? E qualcosa che invece è stata, secondo te, poco compresa?
Non mi piace avere rimpianti, perché ogni scelta, anche la più difficile, mi ha portato dove sono oggi. Tuttavia, se dovessi guardare indietro, eviterei alcune collaborazioni che si sono rivelate poco genuine o non in linea con i miei valori.
Per quanto riguarda ciò che è stato poco compreso, credo che alcuni progetti culturali legati al cinema, alla musica e all’arte LGBTQ+ siano stati sottovalutati, perché in Italia c’è ancora chi considera certi temi di nicchia. In realtà, l’inclusione e la rappresentazione sono fondamentali per la crescita della società.
Anche il valore dei cori LGBTQ+ come il corAcor a volte non è pienamente riconosciuto: non si tratta solo di cantare, ma di creare spazi di visibilità e di confronto. La musica ha un impatto sociale enorme, e chi partecipa a queste realtà sa quanto possano essere trasformative.
La nostra associazione si occupa di naturismo, anche declinata in campo artistico. Hai posato nudo per un libro sull’omofobia, “Addosso”, in un periodo di forti contrasti per l’approvazione della Legge Cirinnà. Com’è stata l’esperienza? Hai provato imbarazzo? Che rapporto hai col tuo corpo?
Posare nudo per Addosso è stata un’esperienza molto intensa e simbolica. Non si trattava solo di esporre il corpo, ma di mettere a nudo la propria vulnerabilità di fronte a un tema tanto importante come l’omofobia. Non ho provato imbarazzo, perché il senso di quel gesto andava oltre la semplice nudità: era un atto politico, di denuncia, ma anche di liberazione.
Il mio rapporto con il corpo è maturato nel tempo. Da giovane, come molti, ho vissuto insicurezze, ma ho imparato ad accettarlo e a valorizzarlo per ciò che è: un mezzo di espressione e di autenticità.
Pensi che in Italia, ancora oggi, ci sia un problema di accettazione del nudo, specie maschile?
Sì, senza dubbio. Il corpo maschile nudo viene spesso visto ancora come qualcosa di trasgressivo o provocatorio, mentre il nudo femminile è più tollerato, anche se spesso con una connotazione oggettificante. C’è ancora un certo pudore culturale, soprattutto se il nudo non è legato a canoni estetici tradizionali.
Nel contesto LGBTQ+, il nudo maschile può essere ancora più politicizzato, come se fosse una minaccia ai modelli di mascolinità imposti dalla società. Penso che il corpo, in tutte le sue forme, debba essere considerato con più naturalezza e meno pregiudizi, soprattutto quando si parla di arte e di libertà di espressione.
Sam Valenti

