Abbiamo intervistato Roberto Donati, che nel 2017 sposò una causa importante, accettando di posare completamente nudo davanti all’obiettivo di Carmine Miceli per un libro fotografico di Antonio Mocciola, “Addosso”, utile a rompere la cortina omofobica che circondava la discussione parlamentare attorno alle unioni civili. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo a distanza di 8 anni da quel lavoro, e di cosa sta facendo adesso il “modello per un giorno”.
Come racconteresti a chi non ti conosce il tuo percorso professionale?
Proverei così. Io insegno, scrivo ed “esploro”.
Insegno.
“Faccio” l’insegnante, ma non “sono” un insegnante. Rivendico fortemente, e da sempre, il fatto che quella del docente sia una professione come tutte le altre: e che, come tale, si può imparare strada facendo, si può fare bene, si può fare male, ecc. Quindi no, non ci vuole la vocazione o la missione per farlo; quello è l’alibi supremo delle classi dominanti per far convincere che invece serva assolutamente – e l’alibi ha attecchito endemicamente, ma ci voleva poco: la categoria degli insegnanti è, umanamente prima ancora che professionalmente, ottusa, solipsistica, frammentata, mediocre, ultraborghese, ipocrita, insicura, servile, fascista nell’anima – e, insieme, per sottopagarla e umiliarla in ogni forma possibile.
Io non volevo fare l’insegnante, ma è capitato ed è stato un bene che sia capitato; ho scoperto che mi piace molto e che, nei limiti del possibile e del dirselo da soli, penso di farlo sufficientemente bene. Ciò che mi anima, come del resto nella vita, è la “libertà”: degli studenti, delle persone. Rendere liberi, autonomi, indipendenti (ma non individualistici), attraverso la cultura. Siccome questo, anche volendolo, è stato ormai reso semi-impossibile dall’alto (ma toglierei pure il semi), adesso, se avessi una valida alternativa di lavoro e/o economica, smetterei serenamente di fare l’insegnante. Per quello che è diventato, ma qui si aprirebbe un discorso infinito, non ha più senso; o quantomeno a me non piace più.
Scrivo.
La mia dimensione: le parole, e in particolare le parole scritte. Anche se, come insegnante e come conferenziere, mi sono abituato pure a parlare oralmente. Tuttavia è nella scrittura che trovo il mio centro e la mia quadra: ma, anche qui, una scrittura libera, non funzionale, non utilitaristica, non opportunistica, non servile. Specialmente in un’epoca triste, oscena e feroce come questa, trovo fondamentale applicarsi con rigore, serietà e professionalità a tutto ciò che non produce utile, ma, al contrario semmai, inutile. Uno dei saggi più belli del grande regista tedesco Werner Herzog si chiama proprio “La conquista dell’inutile”. Condivido in pieno.
Esploro.
Luoghi, cose, persone, cibi, ecc. La mia indole vera è quella del ricercatore anarchico, del battitore libero, del giovane esploratore Tobia. Non con solo spirito teorico e meditativo, anzi: la meditazione, per me, deve passare attraverso l’azione. Mi ritengo, in questo senso, tanto spirituale quanto pragmatico; e devo dire la verità, mi piace molto essere così.
Quanto ha inciso nella tua creatività l’essere toscano?
Non ci ho mai pensato sul serio, anche perché a dirla tutta sono mezzo toscano e mezzo romagnolo; mi ritrovo più in questo mix che non nel solo essere toscano. Se ci ragiono un attimo, in ogni caso, direi poco o nulla. Sul serio. Non sono campanilista, di Arezzo (o fosse qualsiasi altra città) mi può fregare tutto o nulla al contempo, non sono così legato al mio luogo di nascita o alle sue tradizioni o altro. Anzi, ad Arezzo – geograficamente e storicamente – mancano due elementi per me invece fondamentali: il mare e la cultura, quella vera, verace, locale, e non d’appartenenza. Ci vivo tuttora, ad Arezzo, ma, non appena posso, parto. Ho uno spirito errabondo, ondivago, cosmopolita. Come Petrarca? Eh, come Petrarca. Rido.
Posso al limite dire che un certo mio tipo di umorismo si può a volte avvicinare al sarcasmo toscano, ma, in maniera molto nettamente diversa dai toscani tipici, per me il sarcasmo, o lo scherzo, o il gioco, è davvero divertente quando è complice con un’altra persona o altre persone, quando cioè si gioca ad armi pari, a carte scoperte, quando diventa solidale, costruttivo, collaborativo, di pancia oltre che di testa. E qui viene fuori sicuramente la mia anima romagnola, per dire. Il sarcasmo toscano verace punta invece alla competizione e all’annientamento – mentale, cerebrale, culturale – dell’altro che vede sempre come “avversario”, e finisce spesso per sconfinare nel cinismo, nell’indifferenza, nel nichilismo. Non potrei esserne più distante.
Del toscano standard semmai, e qui mi ci sento molto, mi piace piuttosto la coraggiosa lucidità e l’onestà intellettuale di non indorare la pillola, mai e soprattutto neanche nei confronti di sé stesso.
C’è qualcosa del tuo percorso professionale che non rifaresti mai? E qualcosa che invece è stata, secondo te, poco compresa?
Sicuramente non rifarei Ragioneria come studente, errore clamoroso di gioventù. Però, forse appunto, non ero ancora nei miei vari panni. In questo senso, allora, non so, credo niente. Le ho provate tutte, davvero tutte, e posso serenamente dire di non avere rimpianti. Ho una marea di motivi di disillusione, legittimi sensati non vittimistici di cui peraltro non parlo mai, ma non ho rimpianti. Quelli non me li sarei perdonati.
Poco compresa in realtà penso tante cose. Su tutte, però, forse direi la mia sincera entusiastica aprioristica fiducia nella collaborazione vera e costruttiva fra le persone, tanto nella vita quanto nelle professioni, per raggiungere risultati (o anche ‘non risultati’) migliori, più interessanti, più ‘sensati’ per tutti. Essendo diventato adulto nel berlusconismo più maturo, becero e devastante, anzi la voglia di collaborare è semmai stata spesso vista con sospetto, con diffidenza, con l’idea che dietro si celasse un inganno. Un vero peccato.
La nostra associazione si occupa di naturismo, anche declinata in campo artistico. Hai posato nudo per un libro sull’omofobia, “Addosso”, in un periodo di forti contrasti per l’approvazione della Legge Cirinnà, e anche per il progetto “Le vittime di Dio”. Com’è stata l’esperienza? Hai provato imbarazzo? Che rapporto hai col tuo corpo?
Quell’esperienza, di ormai tanti anni fa, fu accesa dalla scintilla di un caro amico, il giornalista Antonio Mocciola. Io mi trovavo a Napoli per vari motivi miei, non ricordo se ci re-incontrammo casualmente o se lo cercai io, fatto sta che poi lui, che è un vulcano di idee e di stimoli, mi propose questa cosa. Io, che ho un rapporto col mio corpo abbastanza neutro e inesistente (non lo curo più di tanto, almeno esteticamente, cerco solo di nutrirmi al meglio ma più per piacere, da sempre, che per “dovere” come va di moda oggi) ma che allo stesso tempo non mi sento certo bello o “rifinito”, non ci pensai due volte e accettai al volo. Il fotografo Marco Prato, con cui ancora sono in contatto (perché per me alla fine tutte le esperienze si riconnettono a questo: l’umano, l’umanità), mi scattò in velocità alcune foto, andarono subito bene e finì lì, direi bene. Non feci neanche in tempo a pensarci troppo o a metabolizzare la cosa: la causa mi sembrò giusta e nobile, non c’era nulla di scandalistico o osceno in mezzo, e a me piace mettermi in gioco, specie quando il gioco riguarda ambiti molto lontani dai miei abituali o da me-me. E così è andata.
Pensi che in Italia, ancora oggi, ci sia un problema di accettazione del nudo, specie maschile?
Del nudo tout-court non direi. Quello femminile, eredità berlusconiana anche questa, è spalmato ovunque, e direi che, fra Only Fans social e via dicendo, è ormai fuori controllo. E non sto certo parlando da bacchettone. Quello maschile forse un po’ di più, ma poi pure lì, secondo me dipende. Quello di un attore o di uno sportivo, bello, possente, perfetto, direi molto meno in generale. Non ci ho mai riflettuto sul serio, ma a naso mi dà l’idea che, come per tutto, la mancata o meno accettazione passi più da altri canali, tipo la fama o la ricchezza. Se sei famoso o ricco, o anche se sei bello, insomma se hai un potere, mediamente ti puoi permettere tutto. Se non lo sei, eh beh lì le cose si complicano..
Specie in un ‘non-paese’ ultraprovinciale, ultrabacchettone, ultraconservatore, ultraborghese come il nostro.
Sam Valenti

