Gianni Valentino, esce “Feeling. Pino Daniele”
“Imbarazzo e discrezione fanno parte di me”

Abbiamo intervistato il giornalista e scrittore Gianni Valentino, che nel 2017 sposò una causa importante, accettando di posare davanti all’obiettivo di Carmine Miceli per un libro fotografico di Antonio Mocciola, “Addosso”, utile a rompere la cortina omofobica che circondava la discussione parlamentare attorno alle unioni civili. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo a distanza di 8 anni da quel lavoro, e di cosa sta facendo adesso il “modello per un giorno”.

Come racconteresti a chi non ti conosce il tuo percorso professionale di giornalista e scrittore?

Da adolescente ho vissuto un terremoto sentimentale che mi ha provocato istantaneamente il desiderio di scrivere. Un mio compagno di classe si è suicidato all’improvviso.

La notizia mi ha tramortito. Da quel giorno ho cominciato a comporre versi ingenui, stupidi, inconsapevoli, pur di provare e sputare lontano dal mio corpo il dolore che custodivo, lo spaesamento dell’essere suo coetaneo, l’ubriacatura di quel momento di vita in cui non avevo troppi desideri. Se non il calcio e il mare.

Dovevo liberarmi da una galera interiore e ho scritto forse troppissimo in pochissimo tempo. Era diventata una ossessione. Sono trascorsi alcuni anni, nei quali non ho mai smesso, e d’incanto – guardando trasmissioni televisive – mi sono accorto che la scrittura stava diventando silenziosamente il mio linguaggio privilegiato.

Mi interessava capire le persone e i fatti, le emozioni e i luoghi, e poi raccontare ogni cosa. Gianni Minà è stato un uomo in cui ho tanto creduto. Lui era il simbolo di come immaginavo di voler fare le cose. Di come stabilire una connessione vera e fiduciosa con gli altri, anzitutto con gli estranei. Nonostante mi fossi sempre illuso di voler diventare un architetto, alla fine di un agosto in Calabria ho intuito che volevo diventare un giornalista. Faccio questo mestiere – insieme a tanti altri – ormai dal 1994.

Nessuna testata mi ha mai assunto. Qualcuno dice che sono aspramente sincero. Sono cosciente di quello che sono. Adesso collaboro ancora con La Repubblica – dopo aver firmato interviste e articoli per il Roma, Le pagine dell’ozio, il manifesto, Pagina99, Rolling Stone, Rodeo Magazine, il Denaro – e scrivo libri. L’ultimo s’intitola “Feeling. Pino Daniele” (Colonnese), uscito il 17 gennaio, ed è un racconto di 12 canzoni indispensabili del musicista napoletano attraverso 12 rispettivi capitoli che compongono un romanzo di tante storie inedite e retroscena mai rivelati prima.

 

Quanto ha inciso nella tua creatività l’essere napoletano?

Direi tantissimo. In maniera spesso incosciente. Soprattutto nelle performance poetiche, Napoli è un sangue vitale. E alludo al mio amore devoto per l’arte scenica, poetica e musicale di Raffaele Viviani.

O alla mia fascinazione per Ferdinando Russo e Totò, infine per certe canzoni prodotte da Pino Daniele, dagli Almamegretta, dai 24Grana, da Francesco Di Bella solista. Da alcuni anni la città è diventata matrice anche di un progetto chiamato NA IF. Tradotto, nel suono vuol dire anzitutto fuori dagli schemi, come la parola francese naïf . Poi vuol dire anche Napoli se in forma contratta. In questa sigla, riassumo la volontà di fare performance in movimento lungo il territorio cittadino, oscillando tra musica, teatro, cinema, poesia e gastronomia. Chi lo desidera, mi sceglie (serve un gruppetto, almeno) e invento uno spettacolo ad hoc a zonzo tra i vari quartieri del golfo.

Da qui, l’esperimento è emigrato anche a Ponza, in Ciociaria e via dicendo, grazie alla simbiosi e all’intesa con un caro amico, creatore dell’associazione Exotique e del format Passeggiate poetiche.

Napoli però è sempre ossigeno in ogni mia azione. Ed è ossigeno nella sua violenza, nella catastrofe, nella miseria e chiaramente nella bellezza, nella cultura più alta e nella generosità.

Cito perciò Totò Poetry Culture, la mia band. Insieme a Lello Tramma, musicista e producer, nonché cantautore, siamo un duo ormai da 3 anni. TPC – il nostro acronimo – è un’avventura ispirata alle poesie composte dal Principe Antonio de Curtis in arte Totò poi elaborate in musica elettronica: ambient, dub, psichedelia, deep house, techno, idm. Abbiamo pubblicato un vinile a tiratura limitata, abbiamo un profilo Spotify, videoclip su YouTube e quando incontriamo persone che comprendono a fondo la nostra idea live e le nostre intenzioni in palcoscenico facciamo anche spettacoli dal vivo. Come accaduto al teatro Trianon-Viviani di Napoli,  al Forte Belvedere di Firenze o al Base Milano per un party ufficiale a cura del magazine Billboard.

 

C’è qualcosa del tuo percorso professionale che non rifaresti mai? E qualcosa che invece è stata, secondo te, poco compresa?

Potrei dire che è stata una sorta di ottovolante aver lavorato per sei mesi nello staff dell’assessorato alla Cultura del Comune di Napoli, moltissimi anni fa. Mi sono dimesso, all’epoca.

Rinunciando a un ottimo stipendio peraltro. Ciò ha avuto le sue conseguenze sia sul piano finanziario che, per diverse prospettive, nelle mie relazioni amorose. Tutt’ora non ho capito se me ne pento oppure mi rende fiero. Mi sa che ne sono felice, però. La mia natura è questa, l’avete già imparato. Riguardo la seconda domanda, la risposta è fin troppo facile: non è stato compreso il mio secondo libro, “io non sono LIBERATO” (Arcana). Sia perché l’editore ha ‘abbandonato’ il libro appena dopo la sua pubblicazione, senza mai sostenerlo, senza mai difenderlo, senza fare nessuna promozione anche in occasioni mediaticamente e culturalmente importanti. Sia perché tanti addetti ai lavori – e tanti lettori – pensavano e pensano ancora che il volume sia una cieca rincorsa alla reale identità del musicista mascherato. Basterebbe leggerlo, per capire che il libro è tutt’altro. Ma evidentemente a molti piace sparare commenti e offese e reazioni senza nemmeno conoscere i contenuti concreti.

 

La nostra associazione si occupa di naturismo, anche declinata in campo artistico. Hai posato nudo per un libro sull’omofobia, “Addosso”, in un periodo di forti contrasti per l’approvazione della Legge Cirinnà, ed anche per il progetto “Le vittime di Dio”. Com’è stata l’esperienza? Hai provato imbarazzo? Che rapporto hai col tuo corpo?

Una dose di imbarazzo in me sopravvive sempre, anche quando mi esibisco sul palco nei reading, nei concerti, nelle conversazioni in cui presento libri-album-film altrui. Non è tanto il disagio nel-del corpo quanto un senso di discrezione, una mia sensibilità sullo scambio emotivo, estetico, sensoriale con gli altri. Con il mio corpo ho un rapporto fatto di fasi lunghe di osservazione, percezione, dialogo, ammirazione, lontananza. Mai di rifiuto, mai di violenza, mai di autodistruzione. Se non mi sono mai drogato, probabilmente, da un lato è perché so di fare molto male al mio corpo e al mio cervello; dall’altro è perché proteggo fino in fondo tanto il corpo quanto il cervello. Così come proteggo corpo e cervello delle persone a cui voglio bene. Denudarmi non è una cosa che faccio a sangue freddo. Sono una persona timida e, vincendo questa timidezza, riesco a esprimermi più profondamente. Nell’intimità e sul palco.

 

Pensi che in Italia, ancora oggi, ci sia un problema di accettazione del nudo, specie maschile? 

Potrei replicare citando trattati di estetica, filosofia, cinema, spiegando il mio parere sull’esistenza di un oceano tra il fascino che mi scatena il corpo-nudo femminile e quello maschile.

Non soltanto in termini di attrazione innata, quanto da un punto di vista reale, fisico, tangibile. Eppure se noto un elemento maschile (nel quotidiano o nelle mostre fotografiche) che mi affascina non ho paura nel soffermarmi a guardare e a capire la sensazione che mi genera. In Italia ci sono infiniti problemi di accettazione: forse anche sul nudo maschile.

Ma, prima di questo, penso ai disabili, agli immigrati, al ruolo delle donne, alle ingiustizie sociali, al rispetto civico, alle politiche scolastiche e culturali.

Sam Valenti

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