Morire di tutto e di nulla

 

Un non si sa chi, un tutti noi, si sveglia, fa piazza pulita degli abissi. Attende, in una
solitudine che è preziosa identità di sé con sé. Attende. Lei? Un qualcos’altro? Un altro
se stesso? Un’altra vita? Si guarda allo specchio. In cosa gli assomiglia quel volto così
banale, così speciale?
Perché siamo tutti speciali. Ogni essere e ogni amore, lo è e non lo è. Non c’è niente di
speciale ad essere speciali. Ma forse, ad essere sì. Ma essere cosa? Se avesse tempo
la aspetterebbe una vita. Ma non c’è tempo per la nostalgia. Il tempo non esiste.
Eppure… Non c’è scampo, come nell’incubo che subito affoga la casa immaginaria in
riva al mare, la casa del suo io. La casa di via dei matti? (Endrigo/Moraes). La casa
dell’infanzia, radice del nostro io ma anche frode da cui mollare l’àncora verso un
indefinito sartriano personale destino da adulto. Bisogna incontrare il mondo, la
solitudine sacra del marinaio, senza casa e con casa ovunque. Bisogna salpare per le
nuvole. Diventare i senza patria del sogno. E via discorrendo. Così la tela di prose e
microstorie sognanti – quadri associativi – che Ennio Speranza sapientemente tesse
con suggestiva levità sognante, indefinita, per permettere al performer, all’io non io, di
fiorire attraverso le canzoni la tela di due esistenze parallele e distinte, in libertà ed
assonanza.
Sergio Endrigo, e la sua elegiaca costanza amorosa, il suo semplice sognante lirismo.
Il sogno. La nuvola come fiduciosa fantasmagorica perenne infanzia. Il mare, visto con
stupore, come in uno dei racconti qui, da ragazzo, fuggendo dal collegio. Il mare che
da adulto non è lo stesso mare.
Sergio Endrigo e Jacques Brel.
Brel, fratello nel sogno, ma adulto e tormentato, marinaio della vita ed esule da se
stesso.
Il bambino e l’adulto di una stessa parabola. Brel che inneggia in modo ossessivo alla
sua patria piatta e desolata (il Belgio) in Le plat pays (con un cielo così grigio da farsi
perdonare), ma poi canta i marinai, il sogno, il viaggio.
Così in Amsterdam (Nel porto di Amsterdam / Ci sono marinai che bevono […] E quando hanno
ben bevuto / Si piantano col naso al cielo / Se lo soffiano nelle stelle / E pisciano come io
piango / Sulle donne infedeli ).
Così in Ne me quitte pas (io ti offrirò / perle di pioggia / venute da quei paesi / dove non piove
mai […] creerò un regno / dove l'amore sarà re / dove tu sarai regina / Non mi lasciare)
Brel che lascerà un avviato successo da cantautore, da tormentata stella
esistenzialista, per navigare i mari, fino a adottare le isole marchesi, dove si
improvviserà aviatore e postino dei
cieli.
Endrigo che scrive coi poeti, e Brel che ruggisce l’altrove, e muore giovane.
La scena è nuda. Scena d’anima. Non luogo di vagabondaggio. Sullo sfondo si
alternano gigantografie di una spiaggia di solitudine e mare e le vibratili astrazioni di
Roberto Rinaldi.
A destra immobile, radice di silenzio, Marcello Fiorini, con la sua fisarmonica, ora
accompagna, ora si dilata in assoli struggenti, ma sempre giganteggia in presenza.
E’ la terra su cui cammina il fiorire di Gianni De Feo.
All’inizio discinto, in pantaloni e canotta. Poi con giacca e cravatta. Poi di nuovo che si
spoglia. Si denuda e si veste, con semplicità. Come a denudare e vestire la parola,

mentre dondola, danza, si siede, si leva, rotea, sostanzialmente concentrando la sua
gestualità nelle ali delle sua braccia, a corpo morto, talora appeso o pendente.
Ma sia che sia seduto, in umile pausa narrativa, o a battere le ali, sia che sia in piedi,
quando canta si disincarna, diventa voce, arcobaleno di contrasti, ruggito cantar
parlato, delirio di note tenute che si impennano all’infinito, sapienza di pause
trampolino a riesplosioni. Allegro e frenetico in alcuni scioglilingua virtuosistici in
accelerato. Dolce ed intimistico, quasi prosastico e soffuso in altri momenti. De Feo è
un grande attore della semplicità complessa, in tanti sensi, ma quando canta è come lo
squalo negli abissi e l’albatros tra le nuvole.
Le nuvole. Il cielo.
Con questa metafora chiude il testo di Speranza, dove l’inquietudine quasi mortuaria di
Brel si trasfigura ed attenua in una fuga sognante ambigua. Ci sono giorni in cui ti
sembra di impazzire […] ci sono giorni in cui non provi nulla. Così fa parlare Speranza il
suo uomo. Ma poi (dopo una pausa dove si narrano succintamente le due vite di Brel
ed Endrigo) l’autore si arrende al lato sognante, al vitalismo insito anche nella
disperazione inquieta del belga. Così il parlante augura all’essere umano, a se stesso,
a tutti, di sognare, amare, di essere se stessi. Dichiara la felicità il destino di ognuno.
Ora Brel va con un aereo a prelevare Endrigo sopra un pianeta, e lo porta a vedere il
mondo dal punto di vista del cielo. Tutto è piccolo dal cielo. Lieve. E i due si inabissano
nell’azzurro, divenendo un puntino lontano nel nulla. Felicità? Morte? Evanescenza?
Sogno positivo? Una parafrasi, sognante e ambigua, forse benevola, del Piccolo
principe di Saint Exupery, dove peraltro il bambino muore e dice addio, come l’autore,
che nella realtà fu suicidario. Qui invece l’incubo iniziale della casa sommersa dalle
acque diventa positiva sogno di casa di nuvole. De Feo in piedi, occhiali da sole, ci
guarda, ondeggia, e le braccia vorticano entusiasmo. Ora esplode ruggente Era una
casa molto carina (l’infanzia). Poi? Qualcosa bussa. E’ il sole, tanto aspettato. E ora, in
sfumato conclude ironico, in via dei matti.
Luce e tenebra, in una dolce ambiguità, come un’alba di aldilà, o come le parole
dell’ultima canzone Aria di neve (Endrigo): Sopra le nuvole c’è il sereno / Ma il nostro
amore /Non appartiene al cielo.
Sullo sfondo campeggia la gigantografia di Brel, a braccia levate, che canta.
Percorrendola a retromarcia, De Feo dilegua dietro le quinte. Le luci si spengono e
dilaga l’applauso.

Marco Buzzi Maresca

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Canzoni in forma di nuvole. Cento storie per Sergio Endrigo e Jacques Brel
Testo di Ennio Speranza
Spettacolo di e con Gianni De Feo
Fisarmonica, arrangiamenti e musiche originali Marcello Fiorini
Scene e costumi Roberto Rinaldi
Immagini, Roberto Rinaldi e Manuela Giusto
Video, Fabio Trifoni
Foto di scena e grafica, Manuela Giusto.
Produzione: Florian Metateatro.
Roma, Teatrosophia, 27-28 settembre 2025

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