Michael Carvino modello per un giorno
“Contro ogni body-shaming il nudo può servire”

Abbiamo intervistato Michael Carvino, che nel 2023 sposò una causa importante, accettando di posare completamente nudo per una mostra fotografica di Antonio Mocciola, “Le vittime di Dio” (foto di Carlo Porrini). L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo, e di cosa sta facendo adesso il “modello per un giorno”.

Come racconteresti a chi non ti conosce il tuo percorso professionale?

Attualmente non seguo un percorso professionale preciso ma avrei intenzione di specializzarmi nel settore sanitario. Mi piacerebbe perseguire la carriera di infermiere oppure di Operatore Socio Sanitario. Ma se fossi uno dei due descriverei una delle due professioni citate come totalizzante in quanto ci si presta in aiuto ad un individuo che ripone la sua – letterale – vulnerabilità ad uno sconosciuto. Totalizzante, appagante e soprattutto utile. Sia per me che la professo e sia per l’altro che riceve le cure.

 

Quanto ha inciso nella tua formazione l’essere napoletano?

Rifacendomi alla risposta precedente, se fossi un infermiere – o OSS – l’essere napoletano aggiungerebbe quel pizzico di forza in più in quanto nella cultura napoletana aiutare il prossimo è una prerogativa scalfita proprio nell’essere napoletano.

 

C’è qualcosa del tuo percorso professionale che non rifaresti mai? E qualcosa che invece è stata, secondo te, poco compresa?

Nonostante abbia intenzione di intraprendere la professione di infermiere, devo ammettere che non ho molta pazienza ma è una cosa a cui sto lavorando molto duramente e sto lentamente imparando ad esserlo. E collegandomi alla domanda posta: quello che non rifarei, se fossi stato un infermiere, data la mia poca pazienza, è aver ignorato di proposito un paziente poiché non collaborativo. E probabilmente verrei non compreso qualora volessi infondere nuovi spunti su qualche dinamica stantia a cui si aggrappano ancora molti professionisti sanitari.

La nostra associazione si occupa di naturismo, anche declinata in campo artistico. Hai posato nudo per una mostra fotografica al Pan, “Le vittime di Dio”. Com’è stata l’esperienza? Hai provato imbarazzo? Che rapporto hai col tuo corpo?

L’esperienza è stata un full-circle moment: 5 anni prima – o giù di lì – mia madre e mio fratello posarono per un nudo artistico a cura di Antonio Mocciola, amico di mia madre, sull’omofobia ed è stata sicuramente  un’esperienza necessaria affinché potessi decostruire tutti i preconcetti riguardo al corpo nudo. Mi spiego: siamo costantemente bombardati dall’idea per cui un corpo nudo equivalga ad un qualcosa di cui vergognarsi e invece è quanto di più naturale ci possa essere. Ho provato imbarazzo, certo, e probabilmente ne avrò per sempre ma almeno ho la consapevolezza che, in fondo, non c’è nulla di cui vergognarsi. Non è stato facile poiché si aggiunse anche il mio rapporto difficile col mio corpo…Certo, il body shaming verso le persone molto magre non è sistemico come lo è per le persone grasse ma bisogna tenere conto che un maschio queer come me subisce una pressione doppia per quanto concerne l’intersezione dell’essere maschio, queer e magro. Insomma, non sono come il patriarcato mi vorrebbe.

Pensi che in Italia, ancora oggi, ci sia un problema di accettazione del nudo, specie maschile? 

È una domanda le cui risposte potrebbero essere infinite ma sì e no. L’essere nudi è ancora visto come un tabù, specie per la cultura egemonica della chiesa occidentale a cui dobbiamo sicuramente tanti bias cognitivi riguardo a libertà ed espressione sessuale ma il nudo maschile è ben più tollerato di quello femminile. Ed è una storia vecchia quanto il patriarcato occidentale.

Sam Valenti

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