Abbiamo intervistato Diego Sommaripa, regista, drammaturgo e attore, che nel 2017 sposò una causa importante, accettando di posare completamente nudo davanti all’obiettivo di Carmine Miceli per un libro fotografico di Antonio Mocciola, “Addosso”, che contribuì a rompere la cortina omofobica che circondava la discussione parlamentare attorno alle unioni civili, nonché per la mostra “Le vittime di Dio” (foto di Carlo Porrini), allestita al Pan di Napoli. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo a distanza di 8 anni da quel lavoro, e di cosa sta facendo adesso il “modello per un giorno”.
Come racconteresti a chi non ti conosce il tuo percorso artistico di attore e regista?
Il mio percorso artistico è stato una costruzione costante, fatta di sacrificio e determinazione, e posso dire senza esitazioni che mi sono fatto da solo. Nessuno mi ha mai regalato nulla, tutto ciò che ho ottenuto è frutto di un lavoro incessante, di un impegno totale. Sono ossessionato dal voler fare sempre il meglio, dal cercare la perfezione in ciò che faccio. Ogni progetto, ogni spettacolo è una sfida con me stesso per superare i miei limiti e raggiungere il massimo possibile.
Nel mio ruolo di regista, penso con grande umiltà di non aver mai sbagliato uno spettacolo. Ogni scelta, ogni direzione che ho preso è stata frutto di una ricerca importante, che mi ha sempre portato a sentirmi soddisfatto del risultato finale. La regia per me è un processo di cura totale, dove ogni dettaglio conta e dove la visione artistica diventa realtà attraverso il lavoro di squadra e la comunicazione con gli attori.
Come attore, invece, se c’è una cosa che rifarei diversamente è forse il modo in cui ho scelto i progetti da interpretare. Avrei dovuto dire qualche no in più. A volte, la pressione e la voglia di fare mi hanno portato a imbarcarmi in scelte che, col senno di poi, avrei potuto evitare. Ma ogni esperienza, anche quelle che oggi giudico come errori, mi ha insegnato qualcosa, perché i “no” nel mondo dell’arte contano molto.
In ogni caso, quello che mi guida è una passione indomabile per il mio lavoro, la costante ricerca di nuovi orizzonti e il desiderio di dare sempre il massimo. Il mio percorso, fatto di alti e bassi, di scelte giuste e sbagliate, è ciò che mi ha permesso di arrivare dove sono oggi, con un bagaglio ricco di esperienze e una visione chiara di ciò che voglio trasmettere attraverso l’arte.

Sei fortemente radicato al territorio, Napoli? A che punto è la situazione in città dal punto di vista culturale? Essere napoletani é una marcia in più per questo mestiere?
Sono un Napoletano atipico, nel senso che non ho mai portato in scena i classici del repertorio napoletano, ma sono comunque profondamente legato alla mia città, soprattutto alla periferia, che ha una sua forza, una sua autenticità. Napoli, come sempre, è un crocevia di culture, una città che vive di contrasti e che riesce a esprimere una creatività unica, anche nei suoi angoli meno visibili. Per quanto riguarda la situazione culturale, direi che Napoli sta attraversando un buon periodo. Ci sono molti spazi culturali, teatri che funzionano bene, iniziative artistiche che prendono piede, anche se, come in tante altre parti d’Italia, un po’ più di meritocrazia, soprattutto nei festival e nei grandi teatri, non farebbe male.
Essere napoletani, forse, può essere un vantaggio in quanto la figura del Napoletano è molto “in” in questo momento; c’è una sorta di fascinazione per la napoletanità, per la sua energia, la sua passionalità. Ma, sinceramente, penso che il vero talento non sia legato alla provenienza, ma alla capacità di mettersi in gioco, di rischiare, di raccontare qualcosa di genuino. Conosco tanti artisti napoletani straordinari, ma credo che l’Italia intera, da nord a sud, sia una grande fucina di talenti artistici. Ogni regione ha le sue peculiarità, ma l’arte e la cultura in Italia sono vive ovunque, e c’è spazio per chiunque sappia davvero parlare con il cuore.
In un percorso artistico come il mio, le scelte sbagliate fanno parte del gioco, e ci sono stati momenti in cui, a posteriori, avrei agito diversamente. In particolare, non rifarei certe scelte riguardo la condivisione dei miei contatti e dei miei spazi personali. Mi piace rischiare, lo trovo parte del mio processo creativo, ma certe volte ho imparato che è fondamentale proteggere certe cose, come il proprio spazio emotivo e le proprie relazioni, senza aprirsi troppo a false amicizie o a dinamiche che, alla fine, si rivelano dannose.
Nel caso del set con poche persone, c’è sicuramente una sorta di “protezione” data dalla dimensione intima del contesto: pochi occhi, tutti concentrati sul lavoro e su ciò che si sta cercando di trasmettere. Questo aiuta a sentirsi a proprio agio. Tuttavia, quando ci sono decine di persone in sala, la situazione cambia, e la reazione del pubblico può essere molto diversa. Spesso si percepisce una sorta di distanza, una curiosità, ma anche un rispetto per il fatto che si sta mettendo in gioco una parte così vulnerabile di sé. In questo caso, il nudo diventa ancora più potente, perché il pubblico è testimone di una performance che va oltre la fisicità, un’esperienza che riguarda tutti . Il corpo diventa simbolo di qualcosa di più grande: una riflessione sul nostro rapporto con la vulnerabilità, la libertà e la verità.

Pensi che in Italia, ancora oggi, ci sia un problema di accettazione del nudo, specie maschile?

