
Mattia Sorrentino, ventiquattrenne napoletano, sarà tra i protagonisti di “Sott’acqua”, un cortometraggio di Antonio Mocciola con la regia di Luca Petrucci che si girerà il prossimo mese di settembre. Abbiamo intervistato il giovanissimo attore, al suo esordio sul grande schermo come protagonista.
Che tipo di infanzia e adolescenza ha avuto?
La mia infanzia e adolescenza non sono state semplici. Crescere da ragazzo gay significava affrontare spesso pregiudizi, incomprensioni, dinamiche scolastiche dure e anche un contesto familiare non sempre funzionale. Tutto questo però mi ha formato, mi ha reso più consapevole e ha alimentato la mia voglia di riscatto personale e artistico.

Come si è approcciato al mondo dello spettacolo?
Recitare è sempre stato un bisogno naturale. Da bambino passavo ore a imitare scene di film, a lasciarmi trasportare dalla musica fino a piangere di emozione. Ho iniziato col teatro, che è stata la mia prima palestra, e da lì ho coltivato passo dopo passo la recitazione fino ad arrivare oggi al cinema.
Con quali sensazioni si avvicina al ciak del 9 settembre?
Con entusiasmo e speranza. È una data che per me rappresenta un nuovo inizio. Il desiderio che questo progetto possa aprirmi porte concrete nel mondo del cinema e darmi la possibilità di trasformare la mia passione in carriera.
Ci racconta il suo ruolo all’interno di “Sott’acqua”? Quanto c’è di Kevin in Mattia?
Kevin è un ragazzo fragile, segnato da un passato durissimo. Genitori assenti, abbandono precoce e la strada come unica via di sopravvivenza, fino a scelte dolorose come la prostituzione. In lui c’è poco di me, ma mi porto dietro la stessa tenacia: la capacità di rialzarsi dopo ogni caduta e la convinzione che, nonostante le ingiustizie, la giustizia prima o poi arrivi.

Nel film, per la versione festival, ci sono forti scene di nudo integrale. Come si prepara a questo tipo di lavoro e che rapporto ha col suo corpo?
Ho un rapporto abbastanza sereno con il mio corpo, anche se considero la nudità qualcosa di molto intimo. Non amo particolarmente esporla in modo totale davanti a tutti, soprattutto sul grande schermo. Proprio per questo ho chiesto che le scene più esplicite venissero trattate con attenzione in post-produzione, limitando al minimo la frontalità. Penso che si possa trasmettere intensità senza per forza esibire tutto.
Antonio Mocciola ha deciso di affidarle anche un ruolo teatrale in “D’Annunzio Vobis”, in scena a Marzo. Sente la responsabilità di questa sfida?
Assolutamente sì. Sarà un piacere portare in scena Alberto Spadolini e farlo accanto a un collega e amico come Alessio Palumbo, con cui ho già condiviso esperienze di recitazione. La nostra vicinanza anagrafica e umana rende più naturale anche affrontare le scene più delicate. Quando c’è fiducia reciproca, il teatro diventa una vera alleanza.
Che progetti ha per la prossima stagione artistica e qual è stato fin ora il suo percorso in questo campo?
Per il futuro mi piacerebbe ampliare i miei orizzonti: cinema, televisione, serie, con ruoli che vadano oltre l’etichetta del “personaggio gay”. Vorrei mettermi alla prova anche con figure eterosessuali, coppie, relazioni diverse. Uscire dagli schemi e dimostrare versatilità. Il mio percorso è iniziato a 9 anni col teatro in parrocchia, poi tre anni di formazione alla “Cinema Fiction” di Napoli, il film Era giovane e aveva gli occhi chiari di Mazzitelli, ulteriori studi alla “Ribalta” e ora questo short film, che spero sia un trampolino verso progetti sempre più grandi.
Alessia Coppola

