Salvatore Iermano, “Il giorno dell’indipendenza”
“Metto a nudo l’evoluzione da vittima a carnefice

 

 

 

 

 

Avrà l’onore e l’onere di aprire la rassegna “Piccoli fuochi” al Teatro Lazzari Felici, nel cuore di Napoli, dal 20 al 21 settembre: Salvatore Iermano é pronto ad interpretare Giordano, un personaggio portato al cinema da Giovanni Allocca, con Lucianna De Falco protagonista de “La controra” per la regia di Paolo Sideri. Ma lo sceneggiatore di quel cortometraggio pluri-premiato, Antonio Mocciola, lo aveva in realtà scritto per il teatro, e solo il Covid ha rinviato il debutto. Che finalmente avviene con Salvatore, che abbiamo incontrato per una breve intervista, e che ci racconta di come sta nascendo questo progetto, in cui sarà da solo in scena, completamente nudo per tutta la durata dello spettacolo.

 

Il giorno dell’indipendenza” è un testo scritto e diretto da Antonio Mocciola, ma che ti vede da solo in scena. E’ la prima volta che affronti un monologo?

No, non è la prima volta che affronto un monologo. In verità è una forma che amo molto: nel mio personale percorso artistico, ho avuto diverse volte l’occasione di portare in scena un monologo, spesso scritto da me. Per esempio, di recente ho raccolto ottimi riscontri portando in scena il monologo “Food Appeal | Allusioni alimentari”. Credo che sia una forma espressiva molto potente, e che pertanto comporti dei rischi. Da un lato, l’attore-autore è completamente libero di creare, essendo l’unico responsabile dell’azione scenica, dall’altro, questa libertà comporta un prezzo: un grande sforzo fisico e mentale per reggere il contatto col pubblico in maniera efficace e accattivante.

 

Lo spettacolo affronta, tra gli altri, il tema della solitudine e della manipolazione psicologica. E’ stato difficile entrare in questo “mood”? Tu ti sei mai sentito solo o “usato”?

Sì, ma non credo più di altri. Intendo dire che la natura umana è estremamente frammentata e imprevedibile, e che nella varietà di incontri che possiamo fare nella nostra esistenza, nella mutevolezza di condizioni e possibilità che animano il nostro passaggio, credo sia una cosa perfettamente naturale avvertire di tanto in tanto un senso di solitudine, sentirsi soli. Oggi si tende a confondere la solitudine con l’abbandono. Dirò di più: io stesso desidero spesso starmene solo. La solitudine, quando questa è animata dal silenzio, dallo studio, dalla riflessione, è un appuntamento con se stessi, imprescindibile per la propria progressione personale. Ben altra cosa è sentirsi abbandonati, e questo forse ha più a che fare col sentirsi usati. D’altronde, un vecchio adagio consigliava di gettare il limone spremuto. Gli esseri umani possono essere subdoli o inaspettatamente vigliacchi, possono cambiare i comportamenti e può cambiare anche il nostro modo di vederli. Pertanto sì, anche a me è accaduto di sentirmi abbandonato e usato, ma non per questo ho perso la fiducia nell’essere umano. Nel lavoro con Antonio, parliamo molto di questi temi, mi sono davvero a cuore. Entrare nella mente, per certi aspetti deviata, di una vittima che si trasforma in carnefice è un entusiasmante percorso ad ostacoli.

 

Lo spettacolo ti vedrà in scena dal 20 al 21 settembre a Napoli, negli intimi spazi del teatro Lazzari Felici. Secondo te sarà difficile recitare per un’ora, da solo e completamente nudo, col pubblico che si trova a un centimetro dal tuo corpo, dalla tua voce?

Credo che incontrerò le difficoltà peggiori nei primi 10 minuti di spettacolo: il tempo che servirà a me e al pubblico per entrare nel giusto mood. Dopodiché, se sarò abbastanza bravo, la nudità passerà in secondo piano.

Una domanda che può essere utile agli attori che si stanno approcciando ora al mestiere: Che tipo di lavoro tecnico e psicologico hai fatto per superare l’imbarazzo di un’esperienza del genere? La consiglieresti ad attori che magari sono a disagio col proprio corpo?

Il rapporto con il proprio corpo è una cosa estremamente personale, non sono sicuro di poter dare consigli a nessuno. Posso solo limitarmi a raccontare la mia esperienza. Non ho un corpo particolarmente alto, o muscoloso, anzi: è piuttosto nella norma, ma devo riconoscere che se non mi fossi sentito sufficientemente a mio agio col mio corpo, non avrei accettato nemmeno di presentarmi al provino. Al contrario, se fossi stato insoddisfatto del mio aspetto fisico mi sarei allenato per migliorarlo, e se (peggio ancora) non avessi accettato la mia fisicità, avrei valutato un percorso psicologico.

Checché se ne dica, uno spettacolo di nudo integrale (di cui Antonio Mocciola è uno dei capostipiti, ottenendo numerosi riconoscimenti) non lascia mai indifferenti: prima di approcciarti a questo tipo di allestimento, hai avuto perplessità? Da pubblico hai visto mai esperimenti del genere, e avresti mai pensato di esserne un giorno protagonista?
Fin dagli anni in Accademica, con i compagni di corso ci si confrontava a lungo su questi temi. In un certo senso lo sai che, se vuoi fare davvero questo mestiere, devi prepararti al fatto che prima o poi ti verrà chiesto di recitare nudo, parzialmente o del tutto. Questo ti prepara psicologicamente alla possibilità, ma quando la possibilità diventa concreta, il discorso cambia. Vivendo ancora una società che stigmatizza il corpo e la accetta solo in precisi codici socio-merceologici, sarei stato incauto se non mi fossi fatto almeno un paio di domande. Fortunatamente, l’incontro con Antonio e la sua opera (sono andato a vedere i suoi “Ero Verlaine” e “Almeno potercene andare”) hanno fugato ogni dubbio.
Alessia Coppola
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