“Il giorno dell’indipendenza” è quello che Salvatore Iermano tenta di raggiungere attraverso una pubblica analisi del suo personaggio. Presso il Teatro Lazzari Felici di Napoli è stato portato in scena lo spettacolo scritto e diretto da Antonio Mocciola, costola del suo corto “La Controra”. Siamo di fronte a un monologo che non si accontenta di raccontare, ma si può dire che rappresenti a tutti gli effetti una confessione. Antonio Mocciola, qui autore, regista, costruisce un rito di liberazione, una resa dei conti con la propria ombra, che scuote lo spettatore fino alla più intima parte. La pelle nuda del protagonista non è semplice espediente scenico: è a tutti gli effetti un foglio bianco dove vengono tracciate le incisioni di una vita mutilata.
Niente viene nascosto, né il corpo del bravissimo Salvatore Iermano, né tutto quello che appartiene al suo personaggio. Si parla senza filtri di ogni dolore, di ogni dissesto, di ogni macchia, di desideri negati e di rapporti famigliari che sono prigioni. Il gelo emotivo e la tensione morale riecheggiano nella penna di Mocciola, che sceglie di scavare alle radici delle pulsioni più inconfessabili. Salvatore Iermano, completamente nudo, è qui voce e carne di un essere spezzato; la sua interpretazione alterna accenti di tormento e squarci di lucidità terribile. La nudità è strumento di vulnerabilità: non un vezzo shock, non un richiamo allo scandalo, ma scelta drammatica che espone il corpo come soglia di verità.
La scenografia minimalista, frammentata da lattine e rifiuti, mette ancora più in evidenza il testo recitato dalla voce e dal corpo dell’attore. Inizialmente il pubblico potrebbe vedere in lui un pazzo, un dipendente da fumo e alcol, una persona non raccomandabile. Ma la storia nasconde dei retroscena torbidi che capovolgono ferocemente il concetto di violenza famigliare che vede comunemente la donna come vittima. È una regia che non concede riposo, che insiste sulla ripetizione, sulla spirale, per portarci infine, se ce ne sarà, al barlume dell’indipendenza. Proprio il ritmo serrato travolge lo spettatore, trasformandolo in protagonista empatico di chi si espone.
L’assenza di filtri, la crudezza senza cedimenti, la nudità fisica e psichica fanno de “Il giorno dell’indipendenza” un’opera coraggiosa. Uno spettacolo che non si dimentica, che scuote dal torpore, che pone domande a voce alta, domande che spesso non si fanno. Un’opera irrimediabilmente sia intima che pubblica, lacerante, che non aspira a consolare, ma a liberare. Perché, alla fine, la vera indipendenza non è fuga, ma riconoscimento; non vittoria sugli altri, ma conquista di sé.
Gaetano Cutri

