C’è un certo disincanto nell’aria, una malinconia che sa di pellicola sbiadita e di una certa Italia che fu. Claudia Cardinale, la tunisina che più di ogni altra ha incarnato la quintessenza della femminilità italiana, ci ha lasciati. Non un’attrice, ma un’epifania. Un’apparizione venuta dal nulla e capace di oscurare le stelle più luminose.
Si è detto e scritto di tutto su di lei. Del suo sguardo da gatta, della sua voce roca e di quel vento del sud che si portava dietro, un misto di innocenza e passione. La verità, come sempre, è un’altra cosa. Claudia non recitava, viveva. Non un personaggio, ma un’anima che si rivelava sullo schermo, che si offriva senza trucchi, senza maschere.
Con Fellini fu la musa, il sogno, la figura eterea di un’arte che non aveva bisogno di spiegazioni. Con Visconti, fu la carne, il sangue, la ribellione di Angelica Sedara, la bellezza che sconvolge l’ordine costituito. D’altronde, il talento è un’arma a doppio taglio: può elevare o distruggere. La Cardinale, con la sua innata grazia, ha saputo trasformarlo in uno strumento di pura elevazione.
Andò anche a Hollywood, ma come un’ospite di passaggio, una meteora. Era troppo italiana, troppo vera per il mondo patinato delle major. Non le serviva l’artificio, non cercava la celebrità a tutti i costi. Cercava solo, con una certa umiltà che è propria dei grandi, di fare il suo mestiere. E lo faceva, lo faceva con una bravura che oggi è diventata merce rara.
Ci resta il ricordo, certo. Ma non solo. Ci restano i suoi film, che sono capitoli di una storia che non finirà mai. Ci resta la sua immagine, che è un monumento alla bellezza, quella che non tramonta, quella che non si vende. E ci resta un interrogativo, che è poi il più importante: è la vita che imita l’arte o l’arte che imita la vita? Nel caso di Claudia Cardinale, la distinzione non ha mai avuto importanza. Era una e l’altra cosa. E forse, per questo, era l’unica.

