Marco Taglialatela, una vita in trincea
“I ragazzi di oggi mi danno fiducia”

Abbiamo intervistato il professor Marco Taglialatela, che nel 2017 sposò una causa importante, accettando di posare completamente nudo davanti all’obiettivo di Carmine Miceli per un libro fotografico di Antonio Mocciola, “Addosso”, utile a rompere la cortina omofobica che circondava la discussione parlamentare attorno alle unioni civili. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo a distanza di 8 anni da quel lavoro, e di cosa sta facendo adesso il “modello per un giorno”, da sempre in prima linea nelle battaglie per i diritti civili e una civiltà del vivere sempre più a rischio.

Come racconteresti a chi non ti conosce il tuo percorso professionale?
Il mio percorso professionale? Una sorta di “Missione Impossible” tra educazione e impegno sociale, ma senza effetti speciali e con un budget pari a zero. Diciamo che mi muovo tra l’educazione e l’impegno sociale come un equilibrista su una corda tesa tra sogni e burocrazia. Sono un docente sulle attività di sostegno nella scuola secondaria di primo grado a Napoli in uno dei quartieri più complessi della città, Secondigliano. Negli anni ho avuto la fortuna – o l’incoscienza – di immergermi in progetti educativi e culturali, sempre con l’obiettivo di rendere la scuola un posto in cui tutti e tutte, possono sentirsi accolti. Perché, diciamocelo, l’inclusione non è solo una parola bella da mettere nei discorsi ufficiali, ma un lavoro quotidiano che spesso richiede una pazienza d’acciaio e soprattutto impegno. Nel tempo, ho infilato le mani in un bel po’ di progetti educativi e culturali, con un occhio sempre puntato sull’inclusione e sulla lotta contro discriminazioni di ogni sorta—perché evidentemente c’è ancora chi crede che le diversità, le differenze siano un problema e non una risorsa. Parallelamente, il mio impegno si estende all’attivismo LGBT+, anche questo un campo in cui non ci si annoia mai. Collaboro con i Ken APS ETS a progetti come Omovies International LGBT+ Film Festival e OMOVIES@SCHOOL, dove usiamo il cinema come una specie di terapia d’urto contro il bullismo e l’omofobia. Perché la realtà è che a volte un buon film riesce a scardinare certi pregiudizi meglio di mille conferenze noiose a cui seguono ancora parole, parole parole.

Sei molto attivo nel campo dell’informazione su bullismo e omofobia. A che punto è la situazione?
La situazione è un po’ come quel vecchio detto napoletano: “Stiamo migliorando, ma la strada è ancora lunga e piena di buche”. Negli ultimi anni abbiamo fatto dei passi avanti, soprattutto grazie a una maggiore sensibilità sui temi dell’inclusione portati avanti da tante e tante docenti nelle nostre scuole. I ragazzi di oggi sono più aperti, più informati, e spesso hanno una capacità di accogliere le differenze che a noi adulti manca ma non bisogna abbassare la guardia perché in un attimo “le erbacce” ricrescono più forti di prima.
La scuola è uno dei fronti principali di questa battaglia. È il luogo dove gli stereotipi si formano o si distruggono, dove l’inclusione può diventare realtà o rimanere solo una parola nei documenti ministeriali, è il luogo dove si formano e crescono anche i bulli, i futuri stupratori ed assassini. Attraverso progetti come OMOVIES@SCHOOL Festival Internazionale contro ogni forma di bullismo e discriminazioni, cerchiamo di portare nelle aule storie vere, testimonianze che parlano ai ragazzi nel loro linguaggio. Il cinema ha una forza incredibile: riesce a toccare corde profonde senza sembrare una lezione imposta, e spesso un cortometraggio o un documentario riescono a far riflettere più di tante parole. Certo, non mancano le difficoltà, ci sono ancora molte resistenze culturali, soprattutto da parte di chi considera questi temi “non prioritari” rispetto ad altre questioni scolastiche. Eppure, è proprio qui che sta il problema: come puoi insegnare matematica o storia a un ragazzo che ha paura di essere se stesso o che viene bullizzato ogni giorno? L’inclusione non è un qualcosa di facoltativo, è il prerequisito per tutto il resto. Il nostro lavoro non si ferma ai cancelli della scuola, ma cerca di intercettare questi fenomeni anche fuori, collaborando con famiglie e comunità educative. Il ruolo dei social media è un elemento che non possiamo “non vederlo”. Da un lato sono una grande risorsa ed opportunità per sensibilizzare e diffondere messaggi positivi, dall’altro sono un terreno fertile per la violenza verbale, psicologica e il cyberbullismo. I ragazzi vivono costantemente connessi, e non possiamo ignorare l’impatto che i social hanno sulla loro autostima e sul loro senso di identità. La mia speranza è che un giorno non ci sia più bisogno di progetti “innovativi” o “speciali” per parlare di inclusione, perché significherebbe che finalmente è diventata parte integrante della cultura scolastica e sociale. Ma fino ad allora, continuerò a battermi, con la convinzione che ogni piccolo passo avanti, ogni studente che trova il coraggio di essere se stesso, sia una vittoria che vale tutto l’impegno

C’è qualcosa del tuo percorso professionale che non rifaresti mai? E qualcosa che invece è stata, secondo te, poco compresa?
Tutte le esperienze, anche le più difficili, hanno contribuito alla mia crescita professionale e personale, non potrei non rifare le stesse esperienze che mi hanno portato ad essere ciò che sono e come sono. Forse se dovessi riflettere su ciò che non rifarei, probabilmente eviterei di impiegare tempo ed energie in contesti poco ricettivi al cambiamento, imparando a riconoscere più rapidamente le situazioni in cui il mio contributo può fare davvero la differenza. Credo che uno degli aspetti meno compresi del mio lavoro sia l’importanza di creare ambienti scolastici sicuri e inclusivi: spesso si sottovaluta l’impatto che un ambiente accogliente può avere sul benessere e sul rendimento degli studenti. Lavorare sul benessere emotivo è essenziale tanto quanto fornire strumenti didattici adeguati.

La nostra associazione si occupa di naturismo, anche declinato in campo artistico. Hai posato nudo per un libro sull’omofobia, “Addosso”, in un periodo di forti contrasti per l’approvazione della Legge Cirinnà. Com’è stata l’esperienza? Hai provato imbarazzo? Che rapporto hai col tuo corpo?
Posare per Addosso è stata un’esperienza profondamente significativa, che ho vissuto con orgoglio e con la piena consapevolezza di mettere a nudo non solo il mio corpo, ma anche la mia storia, la mia relazione amorosa e la mia visione dell’amore, senza barriere, liberamente. In quel periodo della mia vita vivevo una relazione poliamorosa, e abbiamo deciso di partecipare insieme, tutti e tre, per dare un volto – e dei corpi – a un’idea di amore che andava oltre le convenzioni, sfidando i pregiudizi con la sola forza della nostra autenticità. Mostrarsi così, senza filtri, è stato un gesto potente, un atto politico e personale allo stesso tempo, un modo per dire “ci siamo, esistiamo, e siamo liberi di amare chi vogliamo e come vogliamo”.
L’imbarazzo c’è stato all’inizio, svanito quando ho percepito il mio corpo come un mezzo di comunicazione, un ponte tra ciò che sono e ciò che avrei potuto raccontare al mondo. Il corpo, per me, è una tela in continua evoluzione, che cambia con l’età e si trasforma insieme alle esperienze vissute, insieme al processo naturale. Mi sono sempre piaciuto, a qualsiasi età, con i segni del tempo che non vedo come imperfezioni, ma come tracce del mio percorso che ho imparato ad ascoltarlo, ad accoglierlo e a valorizzarlo, senza mai sentire il bisogno di conformarmi a standard imposti da altri. Quella di Addosso è stata un’esperienza di libertà totale, un momento in cui mi sono sentito esattamente al posto giusto, nel modo giusto. La rifarei senza esitazione magari apportando il mio contributo, perché credo fermamente che raccontarsi con il proprio corpo sia un atto di coraggio e di resistenza, soprattutto in una società che spesso impone di nascondersi dietro etichette e ruoli predefiniti.

Pensi che in Italia, ancora oggi, ci sia un problema di accettazione del nudo, specie maschile?
L’Italia ha ancora un rapporto complesso con la nudità, soprattutto quella maschile. Se da un lato il corpo femminile è da sempre sovraesposto, mercificato e strumentalizzato, quello maschile è rimasto per lungo tempo in una sorta di “zona protetta”, quasi un tabù, mostrato solo in contesti che ne esaltano forza, potere o virilità. La nudità maschile, infatti, è ancora percepita attraverso una lente rigida, che lascia poco spazio alla fragilità o alla rappresentazione del corpo in chiave artistica e vulnerabile. C’è un timore diffuso che spogliarsi significhi rivelare più di quanto si voglia, e la società italiana fatica ad accettare un’immagine del corpo maschile che non sia associata a forza e prestanza fisica.
Dall’altra parte, però, dobbiamo ammettere che esiste un problema ancora più radicato: la misoginia. Mentre il corpo maschile è spesso “santificato” e reso quasi intoccabile, quello femminile è stato e continua ad essere esibito, controllato e spesso ridotto a oggetto di desiderio o consumo. Le donne subiscono un continuo scrutinio sul loro aspetto, e l’industria della moda, della pubblicità e perfino dell’arte tende a perpetuare l’idea che solo certi corpi, giovani e conformi a standard estetici precisi, sono degni di essere mostrati. Questa disparità è particolarmente evidente nella selezione dei corpi che vediamo rappresentati: sia che si tratti di uomini o donne, prevale l’idea che la nudità sia accettabile solo se rispetta determinati canoni estetici. Corpi giovani, atletici, levigati e “perfetti” invadono media e pubblicità, mentre la diversità corporea, quella reale, è relegata a contesti di nicchia o considerata “non adatta” alla rappresentazione pubblica o comunque rappresentata “ad orario”. È come se la società accettasse il corpo solo quando è conforme a un modello idealizzato, ignorando la bellezza dell’autenticità, dell’imperfezione e della naturale evoluzione con l’età.
Serve un cambiamento di prospettiva, che ci permette di vedere il corpo non come un prodotto da consumare, ma come un mezzo di espressione, di identità e di libertà. Abbiamo bisogno di una rappresentazione più inclusiva e meno giudicante, che riesca a liberare il corpo dalle sovrastrutture culturali e morali che ancora oggi lo imbrigliano. Accettare il nudo in tutte le sue forme significa accettare noi stessi e gli altri per quello che siamo, senza filtri o imposizioni. E fino a quando continueremo a selezionare chi può essere mostrato e chi no, saremo ancora lontani da una vera libertà di espressione corporea.

Sam Valenti

Share the Post:

Leggi anche