Abbiamo intervistato il professor Marco Bioni, che nel 2017 sposò una causa importante, accettando di posare completamente nudo davanti all’obiettivo di Carmine Miceli per un libro fotografico di Antonio Mocciola, “Addosso”, utile a rompere la cortina omofobica che circondava la discussione parlamentare attorno alle unioni civili, e in seguito per “Le vittime di Dio”, ripreso da Carlo Porrini. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo, e di cosa sta facendo adesso il “modello per un giorno”.
Come racconteresti a chi non ti conosce il tuo percorso professionale?
Nella vita ufficiale sono un docente universitario. Sicuramente ho fatto un bel po’ di gavetta, ma in fondo ho trovato stabilmente un lavoro che, tra i suoi alti e bassi, mi piace. Anche grazie all’incontro con colleghi e colleghe con cui mi trovo bene c’è un gruppo di lavoro che lavora bene, anche dal punto di vista dei rapporti personali. Quindi direi che è (stato) un percorso accidentato, un po’ sbilenco, ma credo che tenda a essere abbastanza funzionale.
Quanto ha inciso nella tua formazione l’essere napoletano?
Nel bene e nel male. Credo che l’impatto positivo si veda nel non prendermi troppo sul serio. D’altra parte, ha anche comportato il bisogno di tempi non brevissimi per capire il bisogno di regole, precisione e protocolli in gran parte delle attività della vita. Con la maturità, mi accorgo di averne sempre più bisogno, e le condizioni al
contorno non aiutano.
C’è qualcosa del tuo percorso professionale che non rifaresti mai? E qualcosa che invece è stata, secondo te, poco compresa?
Mi sarebbe piaciuto, appunto, essere più rapido nel capire le regole non scritte del mio ambiente. Ma, in fondo, se fosse stato così non sarei stato io. Qualche mia peculiarità, come ad esempio lo spendermi molto per la didattica, viene vista con simpatia da parte di alcuni e con poca comprensione in altri casi. Non esiste un codice di comportamento universale

La nostra associazione si occupa di naturismo, anche declinata in campo artistico. Hai posato nudo per un libro sull’omofobia, “Addosso”, in un periodo di forti contrasti per l’approvazione della Legge Cirinnà, e per “Le vittime di Dio”, fotografato da Carlo Porrini. Com’è stata l’esperienza? Hai provato imbarazzo? Che rapporto hai col tuo corpo?
La prima volta che posai nudo provai un po’ di imbarazzo, ma si trattò solo dei primi minuti. Poi il contesto era molto accogliente e rassicurante, quindi durò poco. Nel secondo caso fu un’esperienza molto più sciolta. E poi, diversamente da quanto accadde con “Addosso”, era estate e quindi non soffrii il freddo. In generale, col mio corpo vado relativamente d’accordo: certo, preferirei avere delle braccia un po’ più robuste e avere più disciplina nel mantenere il corpo, ma in sostanza non me ne lamento e non ho problemi ad andare al mare, anche in spiagge naturiste.
Pensi che in Italia, ancora oggi, ci sia un problema di accettazione del nudo, specie maschile?
Direi di sì. Credo che ci sia ancora una certa riluttanza. Forse, lentamente, le cose cambieranno. Ma mi sembra che la strada sia ancora lunga.
Sam Valenti

