Marcello Vitale nudo per la mostra “Addosso”
“Ho sposato un’idea forte e nobile”
“

 

Abbiamo intervistato Marcello Vitale, che nel 2017 sposò una causa importante, accettando di posare completamente nudo davanti all’obiettivo di Carmine Miceli per un progetto fotografico di Antonio Mocciola, “Addosso”, utile a rompere la cortina omofobica che circondava la discussione parlamentare attorno alle unioni civili. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo a distanza di 8 anni da quel lavoro, e di cosa sta facendo adesso il “modello per un giorno”.

Come racconteresti a chi non ti conosce il tuo percorso artistico di musicista?

E’ un percorso che ha delle radici remote e profonde. Due cose mi
hanno fatto innamorare della musica da bambino: una chitarra
“abbandonata” e non suonata da nessuno a casa delle mie zie ma che mi ha sempre incuriosito; il vivere sopra un negozio di dischi che
passava musica a volume alto per buona parte della giornata. Così
intorno ai sei anni ho capito che la chitarra era quello che mi
piaceva di più, più di molti giocattoli e più dei cartoni animati. Ho
cominciato a studiarla a 9 anni e di fatto non mi sono mai fermato. In
questo lungo viaggio sono stato musicista per band e cantautori, ho
vissuto tanti palchi, piccoli e grandi. Ho scritto e cantato le mie
canzoni in una band che portava il nome di Viti di Titanio, ho poi
prodotto e arrangiato dischi. Col tempo mi sono avvicinato a forme di
sperimentazione e di ricerca che mi hanno portato a esser parte del
collettivo di improvvisazione radicale “Crossroads Improring”, a esser
membro dell’OEOAS, un’orchestra ( diretta dal Maestro Elio
Martusciello) dai codici e  linguaggi del tutto distanti dalle
orchestre canoniche. Ho così capito che la musica elettronica ( o per
dirla meglio elettroacustica) poteva essere un pozzo da cui poter
attingere per nuovi stimoli e mi sono iscritto e diplomato al
Conservatorio di san Pietro a Majella proprio in musica elettronica.
Negli anni ho lavorato a colonne sonore per film e cortometraggi, ho
ideato performance trasversali con poeti e attori e negli ultimi anni
ho cominciato dedicarmi alla sound art. La mia ultima opera, “Antigone unlocked tales, storie di donne e libertà” è stata realizzata con alcune donne del carcere femminile di Pozzuoli, nel tentativo di dare
voce ed emancipare da vecchi stereotipi la popolazione carceraria. In
futuro mi piacerebbe lavorare a performance che possano coinvolgere
anche bambini e enfatizzarne la loro energia creativa.

Sei fortemente radicato al territorio, Napoli? A che punto è la situazione in città dal punto di vista culturale? Essere napoletani é una marcia in più per questo mestiere?

Dopo aver vissuto esperienze in altre città italiane ( Roma e
Bologna), europee ( Berlino) ed addirittura Sudamericane ( la vita mi
ha portato a vivere per un periodo a Lima, in Perù) sono armai molti
anni che sono a Napoli, cercando di viverne quotidianamente gli angoli più reconditi e provando ad attingere alle sue energie migliori. Per me resta la meno occidentale delle città del cosiddetto Occidente, una caratteristica che la rende enormemente interessante per chi ha deciso nella vita di alimentare per lavoro la propria creatività. Per quanto molte dinamiche stiano cambiando, vittime di turbo- turismo e gentrificazione, ci sono ancora sacche di resistenza di cultura
popolare da cui poter attingere. Ed è proprio questa dimensione che ha aiutato il mio percorso. Al contrario, Il tessuto culturale  che
dovrebbe essere alimentato dalle istituzioni è spesso stato asfittico
e poco inclusivo. Io non so se esser napoletani sia una marcia in più,
ma di sicuro regala peculiarità che finiscono per emergere
prepotentemente, e questo lo ritengo un bene.

C’è qualcosa del tuo percorso artistico che non rifaresti mai? E qualcosa che invece è stata, secondo te, poco compresa?

Un percorso è fatto di tentativi, ricerche, infatuazioni e delusioni.
Tutti ingredienti necessari. Quando ci si approccia ad una creazione con spirito artistico è sufficiente a volte soddisfare la propria urgenza creativa e la propria necessità comunicativa. Rifarei tutto e non ho rimorsi o recriminazioni su niente.

La nostra associazione si occupa di naturismo, anche declinata in campo artistico. Hai posato nudo per una mostra sull’omofobia, esposta al Pan, “Addosso”, in un periodo di forti contrasti per l’approvazione della Legge Cirinnà. Com’è stata l’esperienza? Hai provato imbarazzo? Che rapporto hai col tuo corpo?

Il rapporto con la propria fisicità è una questione intima che trova
nella declinazione in campo artistico spunti per riflessioni nuove e
interessanti sui quali magari prima non avevi mai avuto modo di
soffermarti. Ho vissuto l’esperienza di “Addosso” con naturalezza
perché circondato da amici e colleghi con cui ho condiviso l’idea
forte e nobile alla base del progetto.

Pensi che in Italia, ancora oggi, ci sia un problema di accettazione del nudo, specie maschile?

In Italia, il tema della nudità, soprattutto quella maschile, continua
a essere sicuramente oggetto di tabù. Se da un lato la nostra
tradizione artistica ha celebrato il corpo attraverso sculture
classiche e dipinti rinascimentali, dall’altro l’influenza della
morale cattolica e di un certo conservatorismo sociale ha
progressivamente reso la rappresentazione del nudo più “controversa”.
Mentre la nudità femminile, pur generando dibattiti, risulta
generalmente più accettata perché spesso associata a un’estetica
idealizzata o a dinamiche commerciali ( spesso deprecabili), quella
maschile incontra sicuramente maggiori resistenze. Viene forse
percepita come più trasgressiva o provocatoria, divenendo così spesso
oggetto di censura.

Sam Valenti

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