Luisa Guarro, “modella per un giorno” con “Addosso”
“Non ho più paura di essere fraintesa e giudicata”

Abbiamo intervistato la regista Luisa Guarro, che nel 2017 sposò una causa importante, accettando di posare completamente nudo davanti all’obiettivo di Carmine Miceli per un libro fotografico di Antonio Mocciola, “Addosso”, utile a rompere la cortina omofobica che circondava la discussione parlamentare attorno alle unioni civili. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo a distanza di 8 anni da quel lavoro, e di cosa sta facendo adesso la “modella per un giorno”, che per l’occasione ha posato – in un bellissimo e iconico scatto di abbandono d’amore – col compagno Paco Summonte.

Come racconteresti a chi non ti conosce il tuo percorso professionale di regista?

Ho scritto e diretto il mio primo spettacolo nel 2007, venivo da una breve esperienza di avanguardia sperimentale, nella quale avevo avuto  ruolo di attrice e durante la quale avevo sentito forte l’esigenza di provare a rendere la sperimentazione più fruibile per il pubblico, in un mio scritto, con una mia regia. La mia formazione principale non è propriamente Teatrale, sono laureata in Filosofia con indirizzo Psicopedagogico e il mio fare Teatro si fonda sull’idea che la messa in scena possa inserirsi in una ricerca, tesa al disvelamento delle complesse dinamiche che sottendono i fenomeni. I miei spettacoli nascono dall’urgenza di condividere questa ricerca e le relative “scoperte”. Nella mia visione il sistema spettacolo nasce da una ingegneristica complicazione quantitativa di simboli e segni, che ne comporta una trasformazione qualitativa imprevista e avente vita propria. Considero la messa in scena un eccitante gioco di codifica accessibile al pubblico, chiamato alla decodifica, a diversi livelli, dalla semplice storia alla più complessa ipotesi interpretativa che ne guida la sintesi. Fino ad oggi ho scritto più di 20 spettacoli e ne ho in cantiere altri 2, uno da realizzare con un gruppo di lavoro internazionale, composto da attori statunitensi, indiani e palestinesi e uno commissionato dal Wolfgang Borchert Theater di Münster. A Napoli dal 2011 collaboro con la Fondazione Osservatorio Palestina, dal 2016 collaboro con un gruppo di medici dermatologi del secondo Policlinico, sovente realizzo spettacoli in autoproduzione per l’associazione di cui sono presidentessa “Agante Teatro”; dal 2017 al 2021 ho collaborato con il Drama Theater di Ryazan (Russia) e dal 2019 collaboro con il Wolfgang Borchert Theater di Münster (Germania). I miei lavori hanno ricevuto diversi riconoscimenti e premi, tra i più importanti ci sono il premio nazionale tedesco Monica Bleibtreu per lo spettacolo “Der Sandmann”, le nomination al Golden Musk, premio nazionale Russo, miglior spettacolo, miglior regia (in lizza con Jan Fabre) e miglior attore protagonista, per Pinocchio-Pereplyt More; il più recente è il premio migliore attrice alla International Monodrama Competition di Colombo, Sri-Lanka, 2024, per lo spettacolo “Una storia per Euridice”. Il mio lavoro di regia si caratterizza oltre che per l’approccio filosofico, per l’attenzione alla recitazione: gli attori sono il cuore dei miei spettacoli, la mia regia è atta a rivelare il loro essere più autentico e profondo; anche gli attori rappresentano per me un fenomeno le cui dinamiche profonde si possono disvelare, mettere a nudo. La commovente bellezza delle verità è l’obiettivo ultimo delle mie creazioni, essa ci sottrae alla mediocrità dell’economia mentale, alla superficialità e all’ipocrisia.

Sei fortemente radicato al territorio, Napoli? A che punto è la situazione in città dal punto di vista culturale? Essere napoletani é una marcia in più?

Non so bene quanto abbia inciso l’essere napoletana nella mia formazione, dovrei potermi guardare dall’esterno per poterlo dire con cognizione. Sicuramente un ruolo importante, di suggestione emotiva e sentimentale, lo ha avuto la cultura napoletana orale, non scolastica, raffinata, ricca e arcaica, dei miei nonni e di mia nonna Carmela in particolare. Quella dei miei nonni era una cultura ricca di principi etici, di conoscenze epiche, musicali, meteorologiche, culinarie, mediche, psicologiche, erboristiche. trasmesse oralmente e nella pratica della vita quotidiana. Quanto alla società napoletana mi sembra di poter dire che la non linearità del sistema di vita in generale e del sistema teatrale in particolare, il suo carattere caotico, l’indefinizione dei suoi meccanismi, indefinizione che spesso diventa mancata limpidezza e talvolta scorrettezza, alimenta una vitalità e un teatro alternativo, fuori dal sistema, retto dalla forza della passione, dell’inventiva e della determinazione. E questa forza fatta di passione, inventiva e determinazione, informa il mio fare e il mio fare Teatro, anche in contesti ben strutturati e formalizzati, come quelli esteri per esempio, e mi porta al naturale rifiuto delle gerarchie di potere e al solo riconoscimento pratico dei ruoli in relazione agli obiettivi: io ho sempre a che fare con persone; la mancata interiorizzazione della formalizzazione dei rapporti viene percepita come singolare autenticità, del tutto funzionale, quando non viene ahimè scambiata per estro artistico o spontaneità naif.

C’è qualcosa del tuo lungo e prestigioso percorso professionale che non rifaresti mai? E qualcosa che invece è stata, secondo te, poco compresa?

Non mi sembra di aver fatto errori, forse dovrei cominciare a capire come funziona la distribuzione e la produzione in Italia e a Napoli. Fino ad ora sono sempre stata interpellata, ovvero tutti quelli per cui ho lavorato e lavoro mi hanno ingaggiata di loro iniziativa. Non ho ancora sperimentato il lavoro di proposta del mio lavoro, a parte la partecipazione a qualche bando di Festival, anche quella ancora troppo casuale. Sono ligia e infaticabile quando si tratta di scrivere e dirigere, ma nel lavoro di promozione del mio lavoro sono letteralmente ignorante, non ho capito e non ho ancora ben indagato come si svolga.

La nostra associazione si occupa di naturismo, anche declinata in campo artistico. Hai posato nudo per un libro sull’omofobia, “Addosso”, in un periodo di forti contrasti per l’approvazione della Legge Cirinnà. Com’è stata l’esperienza? Hai provato imbarazzo? Che rapporto hai col tuo corpo?

Ho partecipato al progetto “Addosso” con entusiasmo e senso di gratitudine. La violenza della discriminazione espressa nelle frasi omofobe pronunciate da personaggi di spicco e rappresentanti delle istituzioni, come nelle frasi razziste o classiste o di altro genere di suprematismo, era ed è la messa in discussione di un principio di rispetto umano, nonché il sintomo inequivocabile di una discesa agli inferi ormai giunta a destinazione. I valori di Umanità e di rispetto assoluto della dignità umana subiscono attacchi che tendiamo a minimizzare, bisogna opporsi e capirne la portata, oggi i capi di governo usano con disinvoltura termini come deportazione e pulizia etnica, mettono in discussione la carta dei diritti umani e l’istituzione che la rappresenta e ciò perché in pochi hanno sentito l’urgenza di opporsi.  “Addosso” rappresenta un grido di condanna della pochezza, della violenza e dell’inaccettabile discriminazione sentita sulla pelle nuda. Sono stata contenta dell’invito a posare per la foto, ho partecipato con il mio compagno Paco Summonte e la nostra foto riportava la frase sciocca e discriminatoria “Ama il tuo prossimo come te stesso, basta che sia figo e dell’altro sesso”, una frase riportata in una pubblicità di dolci della Melegatti. Trovo la  foto bellissima, racconta chi siamo, l’amore che ci lega e soprattutto la condivisione di una precisa posizione politica e umana, sentiamo sulla pelle l’antifascismo e il rigetto di ogni forma di discriminazione.
Non ho avuto problemi a posare nuda. Negli anni mi sono interrogata sul mio desiderio di denudare parti del mio corpo e ho capito che non ha niente a che fare con la volontà di provocare sessualmente, non sempre e non essenzialmente, ma ha a che fare piuttosto con la necessità di fare esistere al cospetto degli altri tutte le parti del mio corpo. Ho avvertito il desiderio di liberare parti del mio corpo, di farle uscire allo scoperto, di scoprirle, permettergli di esistere, nominarle, affinché non gli venisse più negata esistenza. Ma mostrare parti del proprio corpo per farle esistere o per mercificarle o per provocare sessualmente, sono motivazioni non facilmente distinguibili “agli occhi distratti e giudicanti della gente”. Superare la paura di essere fraintesa e giudicata è stato il primo passo per stare bene con il mio corpo nudo. E per stare bene con il mio corpo nudo ho dovuto anche imparare a liberarmi dell’idea che il corpo nudo si possa esibire solo se risponde ai canoni di bellezza vigenti.

Pensi che in Italia, ancora oggi, ci sia un problema di accettazione del nudo? 

Mi sembra di poter dire che in Italia ci sia l’accettazione del nudo contestualizzato. Ad esempio, l’immagine di una donna praticamente nuda, a patto che si tratti di una donna giovane, avvenente, sorridente e muta, in un programma televisivo leggero, che strizza l’occhio al maschilismo e al patriarcato, con relativa sottomissione della figura femminile, sia assolutamente accettabile e quotidianamente accettata. E mi sembra altrettanto evidente che un nudo maschile o femminile, che non sia merce e sia rifiuto dei costumi, dei ruoli e delle dinamiche sociali e di potere, un nudo che sia grido di libertà, venga rigettato come disturbante, perché mette in discussione il sistema e il privilegio che il sistema preserva. Il nudo è accettato se forma d’arte, ovvero se sublimato, se esibito in luoghi preposti, in spiaggia è sufficiente coprire capezzoli e peli pubici, sulle spiagge nudiste il nudo integrale è quasi un obbligo, mi sembra di poter concludere che in Italia non è possibile pensare al nudo se non come costume adatto a un luogo, secondo uno schema determinato e socialmente imposto.

Sam Valenti

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