Ma nessuno può uccidere Baudeaire

 

Marco Buzzi Maresca, ancora una volta, stupisce per la sua capacità di periodare in versi (“in prosa poetica, conservando tratti di versificazione”, come tiene a puntualizzare) e trova congeniale, funzionale, osmotico farlo con Charles Baudelaire. Due anime che la contingenza ha voluto non far incontrare, ma che paiono conoscersi per un’affinità di fondo che si sostanzia in sentire, sentori, patemi, scatti e ritorni, abissi e annaspamenti.
L’abisso è materia duttile e amatissima dal poeta contemporaneo prestato alla drammaturgia: lo avevamo visto con chiarezza in “Vero sera, ancora (Angelo)” e – ancor più – in “Bianco. Il volto di Jackson Pollock e Lee Krasner”, dove entrava (prepotente e necessario) il terzo elemento di questa sofisticata poetica: l’attore (e regista) Gianni De Feo, forse l’unico davvero capace di fornire una solida sintassi alla semantica tutta interiore e personale di Maresca, nobile e abilissimo traghettatore dei recessi e delle pulsioni del poeta alla platea dei semplici.
E grazie a un Caronte ispirato e disperato, volubile e passionale, in “Hanno ucciso Baudelaire (strani fiori)” il poeta (quello, tra i tanti, maledetto) si trasfigura in un senzatetto nella Roma dell’oggi, ma senza indulgenza alcuna nelle forme espressive odierne e del vivere contemporaneo, perché i turbinii sono gli stessi in qualsiasi epoca e il testo racconta un non luogo esistenziale che funziona sempre e comunque.
Sganciato dalla prigione della filologia, ecco che Jeanne Duval – la ballerina mulatta e musa ispiratrice di Baudelaire – diventa la prostituta Jasmine, oggetto ossessivo e lascivo del clochard del lungotevere, di lei poi omicida; o il difficile e altalenante rapporto con sua madre Caroline Archimbaut-Dufays ricorda la fallimentare intesa con la moglie…. Bodel, il nome storpiato con cui viene chiamato dai compagni di sottoponte, attinge alle poesie per un’esegesi tutta personale, un tentativo mai portato a conclusione di trovare una chiave di lettura e di interpretazione della vita che genera solo sconforto e cedimento in una spirale tutta discendente. E le citazioni (spesso in lingua originale) dei versi tutti tratti dai brani de “Les fleurs du mal” fanno da contrappunto e da rafforzo ad una storia il cui finale è scritto sin dall’inizio e che trova nella pietra scagliata sul cranio della donna un mero pretesto per il compimento del destino.
Ma non è l’intreccio a fare di questo spettacolo un’immersione puntuta e ficcante nelle zone d’ombra di ciascuno; è più il gioco di rimbalzi tra l’opera originale e quegli spazi di sospensione (lasciati vuoti o creati) che autore e regista/attore sembrano voler riempire quasi con frenesia, un’urgenza del dire che la recitazione di De Feo amplifica per strattonarti (anche con largo uso di cartelli, in un garbato e centrato omaggio a Bergman), un monito a non essere e a non fare (o ad essere e a fare). <<Baudelaire ha ucciso Baudelaire, l’ha soffocato con i suoi stupidi sogni>> è il commiato di Bodel, giacente e asettico nel limbo di un ospedale, ma poco dopo <<Noi non possiamo finire>>… La morte appartiene all’orizzonte dell’immanenza. Esattamente quella che grazie al suo sacrificio si trasforma invece in trascendenza.

Francesco Giannotti

Teatrosophia – Roma
12 – 15 marzo 2026
“Hanno ucciso Baudelaire (strani fiori)” di Marco Buzzi Maresca
regia Gianni De Feo
con Gianni De Feo
drammaturgia musicale Gianni De Feo
scenografia Roberto Rinaldi
costumi Janni Altamura
luci Gloria Mancuso
produzione Florian Metateatro

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