Padre Geoffrey Jolliffe è un umile pastore anglicano, ma anche un timido
gaudente, nascostamente omosessuale praticante. E’ tollerante verso di sé e
verso i suoi semplici ed abitudinari parrocchiani, la cui frequenza della chiesa
non è fede ma un modo di passare il tempo. Ama il suo mestiere, visto come una
recita, e benché tollerante e creativo, cova una sottile nostalgia per le forme più
rigide del rito cattolico, e non disdegnerebbe di fare carriera, pur sapendo di
essere sotto osservazione della commissione ecclesiastica per i suoi modi,
considerati un po’ troppo disinvolti modernisti creativi. Non per l’omosessualità,
però, vista dalla chiesa come ottima fonte di energia da sublimare, purché
inconfessata. E la sua lo era, anche se non era come la maggior parte di questi,
acido e scostante. No, anzi, pieno di dubbi e benevolenze.
La cerimonia del massaggio – romanzo del 2002 del celebre umorista britannico
Alan Bennet, adattato qui al teatro – tutto questo lo fa deflagrare in un pirotecnico
carnevale satirico, al contempo benevolmente dissacrante e squisitamente
sentimentale, con punte di comicità demenziale, nel momento in cui Joliffe è
costretto a celebrare la morte precoce (a soli 34 anni) di un massaggiatore, Clive,
la cui professione era chiaramente paravento per un erotismo mercenario d’alto
bordo, rigorosamente bisex. Ma Clive non era solo questo. Era stato anche,
saltuariamente, l’amante del pastore.
Non si tratta del funerale, si badi bene, già avvenuto, ma di una celebrazione del
morto, a mesi di distanza, e dunque di qualcosa a metà strada tra il lutto e
l’evento mondano. Tra il sacro ed il profano. Uno spettacolo di fronte al vasto
pubblico di vip che tutti, senza saperlo, erano più che amici, clienti del defunto.
Joliffe – qui un esilarante e giullaresco Gianluca Ferrato – tenta di mantenere la
cerimonia nei limiti del decoro, e tesse un continuo rapporto col pubblico della
cerimonia che oscilla tra il rimbrotto per la loro comica ignoranza delle forme (una
su tutte la battuta sulla Via Crucis, scambiata da una presente per quadri in
vendita), la narrazione personale, e la raccolta dei loro apporti ad una
rievocazione di cui si fa direttore d’orchestra, ma che sempre più gli sfugge di
mano. Non solo infatti emergono sempre più chiaramente ricordi di tipo sessuale
(dei vip ma anche di Joliffe), con derive comicamente edonistiche e sentimentali,
ma lungamente circola il panico quando aleggia l’ipotesi che sia stata morte per
aids, con la conseguente paura del contagio tra loro. Una paura poi dissipata
dalle testimonianze del suo medico personale.
Il testo è fitto di gag e freddure, di cui qui è impossibile riprodurre il ritmo.
Ma è chiaro che si slitta in un circo del ridicolo, dove la società nel suo
complesso è ampiamente sfottuta per la sua inconsapevole ed inconsistente
ipocrisia ed assenza di morale, dove lo sfaldarsi del rituale stesso in chiesa è
metafora della fragilità in generale dell’impalcatura sociale.
Una denuncia dunque, se vogliamo, ma benevola.
La denuncia di un compartecipe.
Tanto compartecipe che alla fine lo stesso Joliffe lascia quasi trapelare in
pubblico la natura del suo rapporto con Clive. Perché al di là del comico e della
denuncia, è chiaro che il testo è mosso anche da un generale impulso
confessionale, come se tutti fossero spinti a liberarsi dei tabù, e a celebrare la
nostalgia di quella liberazione al piacere che Clive rappresentava.
E così, se il nostro Ferrato/Joliffe si muove frenetico e cantilenante per la scena,
si protende verso la platea provocando, fa ruotare il pulpito violaceo che fa da
scena, vi sale, fa delle proprie mani agitate una direzione d’orchestra e il
sismografo delle proprie emozioni, e nei registri tonali e nella maschera facciale
emula l’iperbolismo espressivo che fu di Dario Fo.
Se tutto questo va avanti con maestria di ritmo e di rinculi e crescendi per la gran
parte dello spettacolo, mirabile e delicato è il momento in cui – rimasto solo (tutti
se ne sono andati) – medita sul suo rapporto con Clive.
Una parte che qui diverge dal testo di Bennet.
Mentre là – a concludere – c’era la tentazione della storia col giovane che gli
aveva portato il taccuino di Clive (e dunque il coraggio della propria sessualità
come risultato liberatorio della esplosione confessionale della cerimonia), qui lo
vediamo ripiegarsi, riflessivo come in un doloroso atto di mancanza.
Il taccuino, dove sono appuntati solo nomi e cifre (il resoconto della professione)
diventa la ferita del mistero.
Chissà cosa ero per lui ?
Se lo chiede, ma è come se lo chiedesse a lui mentre, prima di ricoprirne il
ritratto, ne carezza in imago il volto.
Così il pubblico, prima di esplodere in applausi, è riportato dal comico al serio, e
scivola brevemente nella complessità, nella complessità dell’indicibile dei
sentimenti, della loro pericolosità, che non è piccola parte dell’edificio
dell’ipocrisia, come mossa difensiva di fronte alla nudità e fragilità nella relazione.
Marco Buzzi Maresca
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La cerimonia del massaggio, di Alan Bennet
regia Roberto Piana e Angelo Curci
con Gianluca Ferrato
traduzione Anna Marchesini
drammaturgia Tobia Rossi
scene Francesco Fassone
costumi Agostino Porchietto
light designer Renato Barattucci
video designer Simone Rosset
21|23 Novembre 2025, Roma, Teatro Villa Lazzaroni

