Una delle più grandi e lesive menzogne dei tempi attuali è l’illusione del vissuto, la presunzione di apprendere e conoscere dalle briciole (spesso volutamente artefatte o cesellate su misura per il gusto e le aspettative del fugace visitatore), se non addirittura l’esperienza vicaria fornita dalla tecnologia che annulla in toto qualunque esperienza.
Un tempo c’erano i viaggiatori, poi i turisti, oggi il fruitore sulla smart tv di panorami mozzafiato, volti esotici, ritmi e melodie stereotipate come ci si aspetta di sentire. L’alibi del tempo che non si ha, dei denari che mancano, delle catene sociali a cui quasi sempre ci si incatena da soli, non tengono davanti a chi ha avuto il coraggio (e un pizzico di incoscienza) di lasciar parlare il proprio destino e la propria vocazione, lasciandosi trasportare senza opposizione né accanimento là dove certamente era giusto andare.
È il caso di Giancarlo Di Giacinto, profondo conoscitore della terra d’Africa, nella quale ha trascorso lustri di vita che gli hanno regalato un’esistenza diversa (non per forza migliore o peggiore) rispetto a quella che qui non è stata e che gli stanziali come noi conoscono al millimetro. Tornare nel mondo caotico e disarmonico non gli ha impedito di corazzarsi di esperienze uniche (frutto del tempo e della pazienza, della curiosità e dell’apertura di cuore e mente), di un elisir esistenziale a lento rilascio che gli hanno comunque cambiato lo sguardo e la serenità dell’anima. Il “mal d’Africa”, il rinnovamento spirituale, la pace interiore… Cliché che i cinici ottusi sbandierano a sostegno delle proprie resistenze? Chi può dirlo, ma tocca ricredersi quando si assiste al piccolo omaggio che lo stesso Di Giacinto tributa a chi poco o nulla conosce di quella dimensione. E lo fa non solo con quell’incedere narrativo pacato, umile, riflessivo di chi ha visto e vissuto tanto ma anche quasi dolendosi di dover scegliere e concentrare in novanta minuti un giacimento di emozioni, paesaggi, contesti e persone che nel suo bagaglio (al di là e al di qua del Mediterraneo) non subiscono la tirannia del tempo e dei confini spaziali. “Karibuni – Il sangue è rosso per tutti” nasce come libro di istantanee individuali, impressioni di vita vissuta e diventa pièce teatrale, narrazione in prima persona, valorizzata dalle chitarre e dalle percussioni di Andrea Causapruna e dalle performance attoriali, danzanti e canore di Bruno Petrosino (che cura anche la regia), alter ego di Di Giacinto, capace di contrappuntare molti passaggi del monologo con la discrezione e l’efficacia di chi ha trovato il giusto punto di equilibrio tra parola e arte scenica, note e movimento, senza mai tradire né soverchiare il fine ultimo dello spettacolo: arrivare al pubblico con la forza serena della voce narrante.
Ecco, dunque, il pregio di “Karibuni”: scavare un fiume carsico emozionale che alla fine arriva in superficie, lasciando gli occhi umidi e il fiato spezzato. Magia dell’Africa? Abilità di arrivare al cuore altrui? Credere al potere di una parola che non è manipolatorio artificio retorico, ma solo schietta esperienza non mediata? Ciò che questo spettacolo regala è proprio la formula che sempre più manca alle vite di oggi: disintermediare per spingere a vivere (e ad osare) tutto quel che il virtuale incancrenisce.
Francesco Giannotti
Teatrosophia – Roma
14 maggio – 18 maggio 2025
“Karibuni – Il sangue è rosso per tutti” di Giancarlo Di Giacinto
regia e adattamento Bruno Petrosino
con Giancarlo Di Giacinto, Bruno Petrosino
Andrea Causapruna – chitarre e percussioni

