“Drag Italia, storie di sogni di ieri e di oggi”, intervista a Stefano Mastropaolo

“Drag Italia, storie di sogni di ieri e di oggi”, l’arte drag in un libro

E’ stato pubblicato da 24 ORE CULTURA “Drag Italia, storie di sogni di ieri e di oggi”, il nuovo volume di Stefano Mastropaolo che vuole raccontare il fenomeno drag.

Personaggi iconici, lustrini, paillettes, trucchi mirabolanti non sono usati solo per intrattenimento, ma anche per raccontare la società e magari far riflettere.

Chi è Stefano Mastropaolo e quali sono stati i suoi modelli?
Raccontarmi non è mai facile. Sono stato bambino negli anni ’80, cresciuto con la cultura del videoclip e con Deejay Television come colonna sonora visiva. È lì che ho scoperto molti artisti che ancora oggi porto con me — e poi è arrivata Madonna, e da quel momento tutto è cambiato.
Non capivo ancora cosa mi affascinasse così tanto di certe immagini, perché ero attratto da figure che allora venivano considerate “strane”. Crescendo ho capito chi fossi — e, come spesso accade, all’inizio ne ho avuto paura. Ma ho capito anche cosa volessi. Da lì è nato il mio impegno nell’attivismo LGBTQIA+, sia politico che culturale: un percorso di identità, ma anche di ricerca.

Mi definisco spesso un’opera di Andy Warhol. È stato lui, da piccolo, a farmi scoprire la cultura pop, attraverso I Diari di Andy Warhol. Poi è arrivata la moda. Proprio in questi giorni, su Instagram, ho visto una foto tratta dall’archivio di Manuela Pavesi, con Carla e Franca Sozzani: quella foto l’avevo già vista da ragazzino, ma solo più tardi ho capito davvero chi fossero e quanto profonda fosse la loro visione.

Il film Sotto il vestito niente, che considero un mio cult assoluto, mi ha fatto scoprire Moschino. Da lui ho preso in prestito una frase che sento molto mia: “Se non puoi essere elegante, sii almeno stravagante.”

“Drag Italia, storie di sogni di ieri e di oggi”: che cosa dobbiamo aspettarci da questo volume? Cosa contiene, qual è il suo obiettivo?
Aspettatevi un viaggio in una cultura colorata e scintillante, ma tutt’altro che superficiale. In questo libro ho raccontato la mia visione della cultura drag in Italia, cercando di tracciarne l’evoluzione nel tempo, tra momenti di bellezza, profondità, ironia e anche dramma.
Le artiste che ho intervistato sono tutte molto diverse tra loro, ma condividono la stessa passione viscerale per ciò che fanno. Ci sono nomi storici come le Karma B, che portano avanti da anni un percorso artistico solido e rappresentano un punto di riferimento della cultura drag italiana anche all’estero. E poi c’è Andromeda X, figlia anagraficamente e culturalmente di Drag Race, ma con uno stile tutto suo, preciso e riconoscibile. O ancora Sotiry, che ha lasciato l’Italia per la Spagna, e nelle sue performance esaspera con ironia il suo essere profondamente italiana, mescolando l’estetica Club Kids con l’anima pugliese.

Il mio obiettivo era raccontare, attraverso le loro storie, una cultura che non è solo spettacolo, ma anche identità, resistenza e trasformazione.

Quando si pensa alla drag queen, nell’immaginario comune si pensa a un uomo che intrattiene “travestito da donna”. Ma è davvero così? E chi sono i Drag King, a cui hai dedicato un focus nel libro?
Un tempo ti avrei risposto di sì, perché il drag era proprio quello: uomini che mettevano in scena una femminilità esasperata, irreale, e che con la prima pennellata di fondotinta mandavano in frantumi gli steccati della cultura patriarcale. Anche oggi è così, in parte — ma il drag, come la società, si è evoluto.

Oggi fanno drag anche donne cis – come Finora che è Miss Drag Queen italia ancora in carica – persone trans, non binary: il genere dell’artista non definisce più i confini della performance. Il libro racconta proprio questa molteplicità, questa trasformazione, che è ancora in corso e che dice molto su chi siamo oggi.
Per questo ho voluto dedicare uno spazio anche ai Drag King. Raccontarli in modo semplice significherebbe dire che sono principalmente donne che indossano abiti maschili per dar vita a personaggi maschili — l’equivalente “al contrario” delle Drag Queen. Ma in realtà sono molto di più: una sottocultura potente, ancora poco raccontata, che ha una valenza politica enorme. Sono meno noti perché culturalmente fa più rumore un uomo che si veste da donna, che “trasgredisce” il modello virile, rispetto a una donna che veste da uomo. Ma, naturalmente, non si tratta solo di vestiti: si tratta di identità, di messa in discussione della norma, di libertà espressiva.

Nel mondo la drag queen ha spesso un ruolo importante, anche televisivamente parlando con programmi cult come “Drag Race”. Ma qui in Italia?
RuPaul, con Drag Race, ha trasformato una sottocultura in fenomeno mainstream. Le prime stagioni erano ancora molto legate alla tradizione della ballroom scene, con le sue categorie e il gioco delle identità. Poi, diventando un successo globale, il format ha saputo adattarsi e moltiplicarsi, arrivando in tantissimi paesi — Italia compresa.

Nel nostro paese abbiamo avuto tre stagioni di Drag Race Italia, da cui sono emerse artiste diversissime e di grande valore: oltre alla conduttrice Priscilla, Panthera Virus, Farida Kant, La Sheeva, Melissa Bianchini, Sypario, Ava Hangar… e naturalmente le tre vincitrici — Elektra Bionic, La Diamond e Lina Galore — che cito in ordine di stagione, per non far torto a nessuna.
In televisione, fino a pochi anni fa, le drag queen avevano ruoli limitati: opinioniste, ospiti, a volte caricature. Drag Raceha avuto il merito di mostrare cosa sia davvero una drag queen: creatività, tecnica, identità, visione. Spero davvero che ci sarà una quarta stagione… e già che ci siamo, spero anche che mi chiamino come giudice guest!

L’icona drag è anche stile, immagine, performance, e spesso legata all’attualità. Drag è quindi anche un messaggio da lanciare?
Assolutamente sì. Le drag sono manifesti viventi di libertà. Sono autoironiche, politiche, dissacranti. Mettono a disagio i benpensanti e per questo sono necessarie. Sono fiere, feroci, e portano in scena una visione del mondo che rompe gli schemi.
Invito chiunque a “draghizzarsi” — ma sul serio, almeno una volta nella vita. Cambia tutto: la percezione di sé, degli altri, del mondo. E non solo perché si cammina su tacchi altissimi, ma perché ci si guarda dentro e si scopre qualcosa che non si sapeva di avere

Come vedi la situazione LGBTQIA+ in Italia e cosa si dovrebbe fare per andare nella giusta direzione?
La comunità LGBTQIA+, e in particolare quella T, sta attraversando un momento molto complesso in Italia. Troppo spesso viene utilizzata come arma di distrazione di massa, per distogliere l’attenzione dai veri problemi che affliggono il paese. Viene dipinta come una minaccia alle fondamenta della tradizione e della libertà, ma la verità è che chi fa queste affermazioni è spesso il primo a vivere in modo non tradizionale, cercando di omologare tutti a una visione monolitica della vita.

È fondamentale che tutti — non solo le persone della comunità, ma anche chi crede nei diritti civili e nelle libertà collettive — continuino a usare la loro voce e i loro corpi per contrastare pacificamente chi cerca di metterci a tacere. Solo così possiamo andare nella giusta direzione, verso una società più inclusiva e rispettosa delle differenze.

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