Esplode tra le mura amiche del Teatro Fontana di Milano (di cui la regista Ivonne Capece é direttrice artistica) la bomba “La città dei vivi”. Tratto dall’omonimo libro di Nicola Lagioia edito ormai tre anni fa, ma ancora vendutissimo, lo spettacolo elettrizza, riscalda, raggela con continui cambi di passo e di atmosfera, senza mai perdere il ritmo narrativo. La vicenda del delitto Varani, che ha spettinato ai tempi la borghesia romana, entra certamente sul palco ma, come avverte l’audio mandato in onda prima del via, ne prende anche le debite distanze.
Se i padri si fanno uno e trino nella figura di Sergio Leone, i tre ragazzi (Daniele Di Pietro, Pietro De Tommasi, Cristian Zandonella) sono ruvidi portatori di malessere, ma l’attesissima violenza finale non compare, al massimo si mima, spiazzando le aspettative morbose e consegnando ai nostri fantasmi immaginate evoluzioni ancora più truculente. La cronaca già disse a suo tempo, senza risparmiare dettagli. Qui il teatro si consegna, giustamente, a una poesia urbana decisamente più perturbante.
La decadenza di Roma appare con accenti persino ironici tra statue classiche ed elettrodomestici, polvere di tutti i generi e corpi nervosi, esausti, predisposti all’olocausto.
Ivonne Capece, assistita da un eccellente sound-designer (Simone Arganini), allestisce il suo banchetto dark senza compiacimenti grandguignoleschi, con perizia e inventiva, tenendo il timone della nave su una rotta nobile: l’emozione. La sala piena incassa il colpo e ringrazia plaudente, rendendo “La città dei vivi” uno degli eventi (essendo forse riduttivo parlare di spettacolo) più interessanti e potenti di un 2025 altrimenti asfittico e convenzionale sui palchi del Belpaese. Si vola alto: vicenda italianissima, piglio internazionale. Se ne esce rinfrancati.
Antonio Mocciola

