Ecolalie dal postumano

 

 

Entriamo nell’ennesimo circo frenetico politico surreale dell’infaticabile Rezza. Nella sua bufera comico demenziale, che se pure a tratti stanca, per l’eccesso ritmico, e per la costanza dei modi (simili da anni, ma mai scontati), non cessa peraltro di stupirci e interrogarci, brechtianamente, e un po’ carmelobenicamente.

Entriamoci dalla porta del linguaggio, del gioco di parole, del calembour che non poca parte è dell’innervatura dei suoi spettacoli, secondo un gioco a scivolo petroliniano accelerato dadaisticamente.

Entriamoci dalla parte del titolo.

MetaDietro.

La meta è dietro? Alle nostre spalle. L’ombra montaliana che non riusciamo a guardare? O si tratta di metamorfosi, nel bene e nel male, del cambio di forma del mondo e dei valori, che ci deforma o ci salva, a seconda che sia realtà subita o nostro metodo di lotta (gli spettacoli di Rezza giocano da sempre con candore infantile e fantasia surreale su oggetti di scena metamorfici). O è anche – come sempre in Rezza, ma qui in sommo grado – meta teatro, sdoppiamento brechtiano dell’attore, che nel recitare si sfotte, sfotte il pubblico, evidenzia il meccanismo del processo scenico, la sua machine à penser. Un decostruzionismo alla Carmelo Bene, ma in accelerazione, e con la leggerezza irridente di Petrolini.

Ma ancor più. Perché l’accelerazione deve essere tale da spossessarti della padronanza, come l’accelerazione tecnologica e neocapitalistica ti espropria dell’umano. Tutto in Rezza nel linguaggio succede a una tale velocità che non devi poter analizzare, ma solo subire le esplosioni destrutturanti, con altalene tra il comico puro ed improvvise frustate di provocazione politica. Non a caso qui il nostro lo tematizza, quando al culmine di un frenetico tormentone matematico su ipotesi numeriche sull’età dei morti nel naufragio (in un delirio di humor noir) dice al pubblico che non può che rinunciare a seguirlo.

Comico? Sì… Ma anche a dire che la tragedia oggi, nella sua serialità oceanica, non è numerabile?

Non a caso l’acme dello humor noir si ha toccando i neonati. Lì somme e sottrazioni sono complicate, perché siamo ai decimali, allo zero virgola, essendo la loro età sotto l’unità. E qui l’altalena è massima.

Lo spettacolo infatti parte con lui sotto una tenda di vele, ammiraglio che si agita nel naufragio, ed interloquisce con aggressive voci off nel tentativo di gestire la sua inadeguatezza. Tra le altre voci genitoriali che protestano per il figlio caduto in mare. Salvo poi essere dichiarati in mare anche loro, e poi tutti, in una ecatombe totale post naufragio. Ma l’altalena? Nella conta surreale dei morti, e nel catalogo scombinato delle loro età possibili, la morte dei bambini sembra emergere come ancora possibilità del serio, come tragedia pura. La morte dei vecchi? Ok. Ma quella dei bambini… Il dolore non passa. E’ come i fermenti lattici. Salvo che poi subito anche qui, si denega, si vira al noir. Ai neonati diamogli la moto, e che il vento faccia quello che non hanno saputo fare le madri. Cioè? Abortire? Ucciderli appena nati? Liberarsi del loro pestifero fastidio, e del peso di accudire la vita, del peso del provare sentimenti?

E di qui, a scivolo, infinite altre gag. La spiaggia dei poliziotti. Il mare che si prosciuga per i morti affogati che risucchiano tutta l’acqua, lasciando gli ombrelloni in prima fila davanti alla fila dei morti.

Rezza (l’ammiraglio) che salta in scena con il capitano (un volutamente goffo Daniele Cavaioli), e poi porta in scena a saltare anche il pubblico. Si salta sulla luna, durante un viaggio di esplorazione, per effetto della gravità ridotta (la moderna deriva dei vincoli?), sulla luna dove ovviamente ci sono anche i Russi.

Scherza, con una battuta qui però per me un po’ debole, politicamente. I Russi sono dappertutto.

Battuta debole che però si rifà tagliente quando diventa il conto delle altre etnie, con feroce gioco di parole. Felici di saltare (le bombe?). I Palestinesi. 16 Palestinesi. Gli unici rimasti. A saltare in aria, o a saltare di gioia per la sopravvivenza? Al mondo ormai: 16 Palestinesi, 4 Curdi, 21 Esquimesi.

Ma se a tratti nella scena ammiraglio e capitano sono immersi, altre volte guardano da fuori.

Da lontano? Da vicino? Da che prospettiva? Da dietro?

Ecco ritornare il titolo.

Metadietro…

Te lo mettono nel didietro? O sei tu che ti metti dietro, decentrato, per vedere e capire.

E qui Rezza gioca pirandellianamente, come nella metafora del cannocchiale rovesciato.

A seconda che lo metti o lo togli, il cannocchiale, vedi grande, vedi piccolo. Cioè dai o togli importanza.

Una esortazione alla responsabilità nel modo di guardare alla realtà.

E intanto le gag si susseguono, tra demenzialità pura e ricorrenti sottotesti politici, mentre vengono inscenate varie tappe di esplorazione di un destino post umano (ma già qui).

Eccoli allora a gelare (e non dormire) su Mercurio, nella totale solitudine. E poi di nuovo sulla terra dove, sostituiti dai robot – inscenati da loro stessi in una stralunata danza acquatica – vengono degradati da scienziati a camerieri in un ristorante, dove dietro una parete li vediamo correre in frenetica alienazione.

E poi, reintegrati nel loro ruolo, dopo il fallimento dei robot, eccoli bombardati dai satelliti, in una danza comica di evitamento, che non impedisce tuttavia la morte del più lento e goffo capitano. Seguono il suo funerale e poi la resurrezione, con annessi comiche e giochi di parole sull’angelo benedetto incarnato da Rezza. E così via a seguire.

E un’infinita ecolalia seriale – di calembour, ripetizioni gestuali, squittii e giochi sonori (dove dilaga la scimmia metafisica che abita Rezza) – intesse costantemente la tela di tutto lo spettacolo, come è tipico di Rezza. Ed alla fine il mondo appare come un grottesco zoo autistico.

E il pubblico, svegliandosi dal bombardamento ipnotico, dall’ilarità compulsiva, applaude frenetico, in attesa di pensare e ripensare il tutto, fuori dallo stordimento drogato.

Marco Buzzi Maresca

 

 

 

 

“METADIETRO”, di Flavia Mastrella e Antonio Rezza

con Antonio Rezza e Daniele Cavaioli

habitat Flavia Mastrella

(mai) scritto da Antonio Rezza

assistente alla creazione Massimo Camilli

luci e tecnica Alice Mollica

voci fuori campo Noemi Pirastru e Mauro Ranucci

montaggio traccia sonora: Barbara Faonio

mix traccia sonora: Stefano Falcone

Teatro Vascello, Roma – 2 dicembre 2025 – 11 gennaio 2026

Visto 16 dicembre 2025

 

 

 

 

 

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